NEWS


> Torna alle News


18.01.2010

77// Dalla parte della pace

di Paola Ferrara, Left

 

 

Ho conosciuto gli uomini invisibili. Tanti, in ogni parte del mondo: i poveri di Bangkok e i malati di aids di Yaoundé, i bambini di strada a Manila e le donne mutilate dalle mine in Angola. Ho incontrato i tutsi mentre scappavano e i brasiliani delle favelas mentre sopravvivevano. Invisibili eppure fastidiosi sono i barboni e gli immigrati in casa nostra. Di queste ombre, e troppe altre, è popolato – densamente - il mondo reale. E di indifferenza sulla loro umanità è pieno il nostro sentire. Amartya Sen la chiama la violenza dell’identità*; essa rende un esser umano, prima di ogni cosa, tutsi o hutu, musulmano o hindu, immigrato o povero. E’ un “approccio riduzionistico” alle civiltà perché riduce l’esser umano ad un unico specifico gruppo; Sen lo considera non solo moralmente discutibile ma di un’estrema povertà descrittiva e basato su un’interpretazione errata. Inspiegabile come ci si sia arrivati. 

A ottobre scorso, insieme a 400 marciatori di pace, alla ricerca di nuove prospettive e di spiragli di speranza per un tempo senza conflitti, ho vissuto una settimana tra Israele e Palestina: con la delegazione di Time for Responsabilities, missione organizzata da Tavola della pace, Piattaforma delle Ong e dal Coordinamento enti locali per la pace, macinando chilometri tra uliveti e bypass road, villaggi palestinesi e città israeliane, attraverso check point e luoghi sacri delle tre grandi religioni monoteiste, ho incontrato persone meravigliose, impegnate in un percorso che rappresenta un dono per il futuro della loro terra, dei loro figli e di noi tutti. Si definiscono invisibili perché sanno di non essere riconosciute per quello che sono: esseri umani che popolano la Palestina. Pochi ettari di terra a cui sono aggrappati come cozze agli scogli, che sanno di poter perdere in un tempo vicino e irrimediabile. Senza preavviso e possibilità di riscatto. Perché sono le vittime ignorate di un conflitto quasi infinito che, misurando le sue prospettive su personaggi politici, prove di forza tra schieramenti, pur sproporzionati, e numero di vittime civili e militari, annienta il popolo-massa, la maggioranza silenziosa, né terrorista né fanatica, che chiede giustizia e riconciliazione per poter approdare finalmente ad una vita normale. Accanto a loro, centinaia di israeliani che cercano di sanare le ferite proprie e dell’altro, riconoscendo il dolore e le ingiustizie ma rivendicando una lettura diversa della loro presenza e delle loro rivendicazioni. E l’abbandono dei pregiudizi. 

Time for Responsibilities si è consumata in giornate dedicate all’ascolto dei palestinesi e degli israeliani alternate a momenti di riflessione politica, confronto con istituzioni e incontro con attori più o meno organizzati della lotta nonviolenta.

L’accoglienza 

Prima le visite nei villaggi palestinesi, dove i bambini saltano, giocano e ci guardano curiosi. Qualcuno piange. Le donne ci invitano ad entrare in casa e offrono bibite e dolcetti. I ragazzi all’uscita dalla scuola ci approcciano con qualche parola in inglese. Uno mi sorride mentre dice “my country is beautiful” quasi fosse un augurio. Gli dico che lo credo anch’io, ma quello che non gli dico è che vorrei abbracciarlo perché bello è lui con l’amore per il suo paese così disperato.

Un amore forte e tangibile: in ogni villaggio palestinese veniamo avvolti in sorrisi accoglienti, dal poliziotto che smista il traffico al passante, uniti in un “welcome to Palestine”. Per loro la Palestina esiste, altro che accordi e road map. Anche gli israeliani amano quella terra, ereditata - dicono - dai loro padri ma concessa da accordi politico-diplomatici che li obbligano a conquistare militarmente il proprio diritto a restare ed espandersi. Ma quando ci avviciniamo alle colonie o giriamo per le strade ebree di Gerusalemme il sospetto ci segue, gli sguardi sono poco sorridenti e sentiamo l’attitudine a proteggersi dal mondo intero.

Julia Chatin, docente di sociologia al Sapir College di Sderot ci dice a questo proposito: “noi ebrei siamo cresciuti nei ghetti, siamo sempre stati circondati da muri. E’ la nostra dimensione spaziale più familiare. Così il muro ce lo costruiamo intorno, sia socialmente che fisicamente”. Oggi quasi nessun adolescente israeliano ha mai visto né conosciuto un palestinese. L’immaginario collettivo si alimenta da una parte e dall’altra di propaganda finalizzata a tenere tutti armati e nemici. 

I settlements

Guardando i famigerati settlements, insediamenti ebrei in territorio palestinese, diventati uno strumento di occupazione militare, oramai sfuggito al controllo israeliano, sembra davvero che siano gli ebrei ad essere confinati. In prigioni d’oro certo, ma pur sempre prigionieri. Risoluti a rimanere pur sapendo che la loro presenza è il principale ostacolo alla soluzione del conflitto. 

Così, come già nel 2005, quando Sharon annunciò lo spostamento dei coloni dalla Striscia di Gaza, si ripete in questi giorni l’opposizione aspra dei settlers, alla notizia di un possibile congelamento fino a ottobre dei nuovi insediamenti. I coloni non vogliono che si torni indietro, vivono con insofferenza e reagiscono con violenza alla regressione della politica nazionale rispetto al loro sogno di uno stato sionista religioso. E’ da anni un’espressione di potere e di occupazione, la cifra della subalternità politico-culturale del popolo palestinese. Una piccola concessione diventa indigesta al pari di una resa incondizionata … come se arrendersi al bisogno degli altri di vivere fosse un atto di codardia e non un segno di umanità. Gli insediamenti dei coloni israeliani si vedono svettare dalle colline, sono bei compound immersi nel verde - mentre il resto del paesaggio è brullo - con acqua corrente ed elettricità – che invece manca agli arabi – e strade dedicate al traffico dei residenti. Nulla di strano se non fosse territorio che grazie a unilaterali interpretazioni delle carte viene rubato ai palestinesi obbligandoli a rintanarsi in aree sempre più piccole e malsane, densamente popolate e senza possibilità di circolazione, quindi di libertà. Delle riserve, dove costringere ad una vita talmente misera da risultare inaccettabile. Riserve schiacciate dal muro. 

Il muro

 “Da qui non andremo via. Anche se dovessimo mangiare foglie d’albero. Non sappiamo dove andare, questa è casa nostra” Mahamed è il coordinatore delle scuole del distretto di Jenin. Il villaggio dove lo abbiamo incontrato è At Teiyiba, uno dei tanti sulla traiettoria del muro e che dal muro è stato diviso. “Avevamo da poco ultimato il campo di calcio, unico spazio per i ragazzi di qui, quando è arrivato il muro e se l’è portato via” dice uno dei maestri che il muro lo guarda dalle aule. Più su, in cima alla collina di fronte a quella della scuola, spiccano le case bianche dai tetti rossi dei coloni. E di fianco, sulla stessa collina un altro pezzo del villaggio di At Teiyiba che il muro, senza occhi e senz’anima, ha lasciato di là. Il muro è giù nella piccola vallata. Costeggiato da una strada ad uso esclusivamente militare. Anche il campo di calcio è lì: si riconoscono a malapena le due reti tra le erbacce che lo hanno invaso. Il muro ha diviso le terre senza rispettare proprietà o servitù di passaggio ma ha anche diviso famiglie. Ci raccontano che durante le loro festività i palestinesi raramente posso ricongiungersi con i familiari: servono permessi difficili da ottenere, soggetti come sono a imprevedibili e lunghi criteri di emissione. 

Quando al governatore di Jenin, Kaddoura Moussa, che ci ha ricevuti, qualcuno ha chiesto se non sia anacronistico costruire un muro mentre si celebra la caduta di quello tedesco, la risposta è stata: “Sono muri diversi. Quello tedesco è stato tirato giù da anni di cultura di pace, di costruzione di scuole, di progetti innovativi. Anche qui dobbiamo costruire una cultura di pace per abbatterlo, non lo farà la politica”. Sono parole alle quali è bello credere. E’ il motivo per cui siamo qui. Per costruire senza dimenticare. Per prenderci la responsabilità di esserci e di contare.

E mentre scriviamo arriva la notizia di un altro muro a Gaza, sotterraneo questa volta, per impedire il passaggio di persone e beni dall’Egitto, una delle vie clandestine sfuggite finora al controllo israeliano: un muro che condannerà gli abitanti di quella striscia, sotto assedio da un anno ormai, all’indigenza più nera e alla solitudine. Ma, quanti muri serviranno ancora prima di arrivare alla riconciliazione? Il muro, tutti i muri, impediscono la conoscenza, limitando gli incontri di persone e di idee.

I vicini

È poi c’è stato il giorno dell’ascolto degli israeliani. Atteso e benvenuto, per capire le ragioni della parte che sembra aver smarrito la razionalità. Un ascolto difficile perché viziato da anni di emotività a senso unico. Opportuno per bilanciare quel che è bilanciabile. Poco, certo. Rimane infatti incontrovertibile la sproporzione delle forze in campo, la violazione unilaterale dei diritti, la continua pretesa di una ricompensa per un passato doloroso, che pesa sulle coscienze di noi europei e segna invece il destino dei palestinesi. E poi, in fondo, proprio l’esistenza di israeliani che creano associazioni per sostenere la resistenza dei palestinesi dimostra l’insensatezza di questa guerra. Dentro uno schieramento, quello più forte, si creano dissidenze, disobbedienze, resistenze che cercano e trovano sponde e alleanze nello schieramento opposto.

“Tutta la regione sogna una nuova opportunità. Ma gli ultimi anni sono stati un incubo (si riferisce ai missili qassam che piovono su Sderot dal 2001 e all'assedio di Gaza di un anno fa, ndr) – a parlare è Alon Schuster è presidente del Consiglio regionale dello Sha’ar Hagenev. Noi non vogliamo occupare e controllare milioni di palestinesi. Abbiamo molti amici oltre il muro, e anche a loro la pazzia dei leader non permette di costruire un futuro. Noi non abbiamo dove andare e nemmeno i nostri vicini. Qui, nel campus c’erano migliaia di studenti arabi e israeliani: molti sono andati via con l’arrivo dei missili qassam, altri sono prigionieri in casa loro, a Gaza”. 

Julia ci ricorda invece che “Ogni giorno vengo al campus e ho due strade da scegliere. Da quando hanno iniziato a lanciare i missili faccio la strada più lunga e con più semafori perché sono per soli 10 minuti nell'area raggiungibile dai qassam; l’altra quella breve e senza semafori mi tiene esposta per 15 minuti…” Scelte che a noi sembrano poco rilevanti ma che, compiute ogni giorno da otto anni e declinate in tutte le azioni quotidiane, sono il segno della paura di questa gente. Una paura che é compagna di vita e rende tutti vulnerabili. Ma sia Julia che Aaron sono membri di Other Voice, un’associazione che crea occasioni di dialogo e incontro tra i due popoli. 

Bassam e i combattenti per la pace

E occasioni di dialogo vengono da più parti, generate dalla tenacia di quelle persone meravigliose che mettono a disposizione la propria intimità emotiva per svelare umanità. Bassam ci dice che si può abbandonare la violenza ma non le armi, facendo diventare un’arma la propria storia, la determinazione a trovare una soluzione, che parta dalla forte volontà individuale di vivere in pace. Aiba aveva 10 anni quando un proiettile di gomma l’ha colpita alla nuca uccidendola all’uscita dalla scuola. Un soldato israeliano le ha sparato mentre correva via, spaventata da un tafferuglio tra ragazzi palestinesi. Il padre, Bassam, lo racconta con una espressione composta ma indurita. E’ successo 3 anni fa, era il 16 gennaio del 2007, ma si sa il tempo non guarisce simili dolori. Eppure, lui e sua moglie hanno trasformato la loro personale tragedia in un bene collettivo, anche dopo aver assistito al deprecabile tentativo degli israeliani di trasformarla in una specie di kamikaze in grembiulino. “Sarebbe stato così facile odiare, molto facile ...cercare vendetta, riprendere il fucile, e uccidere 3 o 4 soldati. Così israeliani e palestinesi hanno fatto per tanto tempo. Ogni bambino ucciso è un motivo in più per continuare a uccidere. Lo so perché facevo parte del gioco. Ho passato 7 anni in carcere per un attacco ai soldati israeliani. Ma in carcere ho parlato con le guardie; ho appreso cose sulla storia degli ebrei. Ho capito cosa è stato l’Olocausto. E ho capito: da entrambe le parti siamo stati trasformati in strumenti di guerra. Da entrambe le parti c’era dolore, angoscia e perdite infinite. E l’unico modo per fermare tutto ciò è scendere dalla giostra. Mi sono messo alla ricerca di una narrazione da comprendere e accettare, che parta dalla violenza e la rinneghi. E’ molto di più ciò che ci unisce rispetto a quello che ci divide”. Dove è stata uccisa Aiba ora sorge un parco giochi per bambini. E Bassam ha fondato, insieme ad un ex-soldato israeliano, Combatants for Peace che rinnega la violenza e opera per la riconciliazione. 

Che fare? Ce lo hanno chiesto in tanti, Bassam ma anche Galit, Robi e Ali di Parent’s Circle, Eric di Other Voice, Itamar e Julia di Icahad e molti altri le cui storie riempiono i nostri ricordi e alimentano la determinazione a promuovere la pace. Ci prendiamo la responsabilità di continuare a stare da una parte sapendo che ciò non risolve, non costruisce, annienta il futuro? Animati dalla feroce urgenza dell’adesso, come la chiamava Martin Luther King, i 400 hanno ascoltato, si sono emozionati e hanno portato  a casa un bagaglio da condividere con altri per dare un contributo. Presto, prima che si consumi l’umanità che è rimasta laggiù. 

Paola Ferrara

Siti di associazioni israelo-palestinesi:

www.theparentscircle.org – famiglie colpite da lutti che promuovono riconciliazione e tolleranza

www.icahd.org – comitato israeliano contro la demolizione delle case

www.combatantsforpeace.org – ex-combattenti israeliani e palestinesi uniti per metter fine alle volenze

www.othervoice.org – per interrompere il ciclo infinito della vendetta

www.machsomwatch.org – pacifiste israeliane che monitorano i check points e denunciano gli abusi che lì avvengono 

 

*da Identity and Violence. The illusion of destiny di Amartya Sen, Ed. Laterza, 2006


 

> Scrivi un Commento
Letto 4819 volte