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30.10.2009

75// Diario dalla Palestina

di Anna Lanaro

 

Il gruppo della delegazione supera le 400 persone e abbiamo con gli apporti francesi e spagnoli, ma nonostante ciò l’organizzazione sembra tenere.

Il programma degli incontri è molto intenso, siamo divisi in gruppi di 30 – 40 persone e ogni gruppo si reca in località diverse incontrando organismi e personalità differenti

Ogni mattina sperimentiamo il check point di Betlemme che corrisponde all’uscita dal muro e al confine della Cisgiordania (questo pugno grigio allo stomaco è già diventato occasione di murales nel versante palestinese). Il check point prevede un camminamento a serpentina coperto che ci conduce a due postazioni militari a cui esibiamo il passaporto; ai palestinesi invece è richiesto di depositare ogni cosa, far registrare le impronte digitale e sembra, con altro meccanismo, quelle del volto


Domenica 11.

Il nostro primo appuntamento e per l’intera mattinata è stato all’università di Birzeit (la più importante della palestina, dove insegna Suad Amiry, a cui abbiamo fatto sapere tramite la moglie del sindaco la nostra intenzione di invitarla a Castelfranco) con rappresentanti della direzione e degli studenti.


Ci hanno dato molte informazioni che ci riserviamo di riportare al nostro ritorno; ci hanno descritto le difficoltà quotidiane che incontrano soprattutto a causa dei posti di blocco, che possono essere chiusi senza preavviso, anche per più giorni e dove è facile che vengano sequestrati i libri di recente pubblicazione; ma anche per l’irruzione militare nel campus e la chiusura dell’università che è avvenuta finora 15 volte.

Il 57% degli studenti sono donne che si dimostrano tenaci nello studio, ottengono mediamente risultati migliori e riescono a concludere il percorso degli studi con notevole anticipo.

Volendo assumere un ruolo importante nella società, l’università ha avviato 11 istituzioni che operano nel campo dei servizi sanitari e di assistenza sociale, sopperendo alle carenze strutturali dello stato. Attualmente viene impedito dall’autorità israeliana l’accesso ai docenti stranieri, non concedendo visti per tempi prolungati, mentre fino agli anni ‘90 questo era possibile e naturalmente rendeva l’università più prestigiosa.

Alla sede della municipalità incontriamo il sindaco, un prete uscito da Gaza , reso privo dei propri documenti e quindi in posizione di illegalità, ed un cittadino loro amico; il sindaco sembra un uomo colto e sensibile deciso ad assumersi le responsabilità per quelle infrastrutture trascurate in precedenza dall’Autorità Palestinese . Ci ricorda che la zona A di loro gestione è il 3% e la zona B in cui gestiscono solo il potere civile è il 20% : nella zona B gli israeliani possono entrare e arrestare. Sostiene la necessità di creare due stati, tornando alla condizione del 22% di territorio, che includerebbe il settore C.( di fronte ad una cisterna per la raccolta dell’acqua, ci racconta che qui sono costretti a comprare l'acqua dagli israeliani , dopo che in varie zone questi hanno applicato contatori ai pozzi che fino a qualche tempo fa venivano usati liberamente, per bloccarne il consumo ad una certa quantità , oggi non più sufficiente per l'aumento della popolazione).

La testimonianza del prete, dopo aver presentato l’origine della comunità di Gaza - a partire dall’arrivo dei profughi di Jaffa nel ’48 - ha toccato le corde emotive, rievocando l’esperienza dell’attacco su Gaza, gli effetti degli ordigni al fosforo, le sofferenze attuali per non poter tornare ad una condizione di vita sopportabile; ci ricorda che la sofferenza è propria degli esseri umani e i palestinesi devono essere trattati in quanto tali e non come bestie.

Nel tardo pomeriggio a Ramallah, alla casa della cultura, era organizzato un incontro ufficiale con il primo ministro palestinese, i rappresentanti degli enti locali spagnolo, francese e italiano e Luisa Morgantini. Il concetto ribadito più volte dal 1°ministro è quello della giustizia come condizione fondamentale per poter parlare di pace. Oltre all'apprezzamento per l'interesse dimostrato dai popoli europei ha sottolineato la necessità che l'Europa si impegni a far rispettare il diritto internazionale e quindi le risoluzioni e gli accordi di Oslo, sostenendo la possibilità e la ferma intenzione di costituire due stati partendo dalla riacquisizione dei territori occupati comprese le zone C, ora a totale controllo israeliano. A suo parere con Hamas bisogna cercare una riconciliazione per non proseguire distruttivamente le politiche di separazione interna. Alla richiesta di Flavio Lotti rispetto al ruolo dell’Europa, viene ribadita la responsabilità di far rispettare i trattati : difendere il diritto internazionale significa agire per la difesa dei popoli.

Non c'è stata possibilità di intervento da parte del pubblico ( i tempi sono piuttosto stretti per la densità dei programmi).

Dopo una giornata così intensa, ci disponiamo ad una settimana ricca di esperienze.


Lunedì 12

 

A Jaffa raggiungiamo la sede della Lega araba, mimetizzata al secondo piano d’uno stabile che, come spesso succede di vedere nei luoghi dove non vige la mentalità della manutenzione, mostra qualche segno di precarietà accanto a tentativi di risistemazione: qui incontriamo l’organizzazione degli arabi israeliani.

Il presidente della Lega araba che, nonostante il suo fluido inglese, preferisce esprimersi nella sua lingua (utilizzando un traduttore) per farci sentire le sonorità locali, ci racconta la storia della comunità di Jaffa ,tra le più evolute nell’economia e nella cultura prima del ’48; all’arrivo degli ebrei si determinato l’esodo forzato verso Gaza, fino allora quasi non abitata, soprattutto della componente benestante e intellettuale; quindi a Jaffa vi rimase la classe più povera che, per la sua condizione, non pose resistenza all’insediamento degli ebrei provenienti dalle varie parti d’Europa. Da 120 mila ne rimasero 6900, concentrati in un unico quartiere della città, circondato da reticolati.

Significativamente, dal ’48 al ’66 non si registra nessun diplomato (povertà e abbassamento culturale vanno sempre d’accordo!) a cui si aggiunse la politica di alimentare le divisioni interne tra Drusi, Copti, Cristiani e Musulmani.

La Lega araba di Jaffa associa arabi israeliani che si impegnano nel campo sociale ed educativo: si vede nell’educazione e nella scolarizzazione il veicolo più importante per una politica, rivolta soprattutto agli adolescenti, di aggregazione, recupero della memoria storica e quindi della dignità.

Il concetto più volte sottolineato è quello di ridare senso di dignità a questa generazione di giovani, dimostrando attraverso lo studio dei documenti storici che questa città – come altre del territorio- prima dell’arrivo degli ebrei era non solo densamente popolata , ma anche espressione di vita economica e culturale tra le più avanzate.

Il loro lavoro, organizzato principalmente nelle scuole private e pubbliche, è condotto con laboratori di attività differenziate per età, escludendo impostazioni pregiudizievolmente ideologiche per coinvolgere ragazzi israeliani e palestinesi, e ottiene per questo l’accettazione del Ministero dell’Istruzione di Tel Aviv.

La Lega inizialmente si era occupata del problema della casa (ora tornato ad essere preoccupante), degli asili e dei luoghi di ritrovo per i giovani. Tra gli obiettivi vi è quello di creare connessione tra loro arabi-israeliani e i palestinesi dei Territori occupati e di sviluppare positivamente i rapporti tra palestinesi e autorità israeliane.

Dal ’93 partecipano alle elezione della municipalità di Tel Aviv (Jaffa non ha un comune), ottenendo un rappresentante. Per questa loro condizione di maggiore integrazione nella società israeliana, si può comprendere la propensione a concepire “un unico stato per due popoli”.

Con loro lavora da alcuni anni Jenevieve, volontaria canadese, che ci illustra i tre concetti sui quali lavorano con entrambe le parti:

1) Segregazione , che non è solo geografica fisica , ma anche culturale esperienziale; manca una narrativa condivisa soprattutto della storia , l’unica narrativa forte identitaria è quella ebraica , che si autoalimenta e “deforma” per l’assenza di quella araba : l’obiettivo quindi è quello di recuperarne l’esistenza attraverso la documentazione storica finora negata dai testi scolastici.

2) Informazione, data con la narrazione dei fatti senza giudizi preordinati , utilizzando metodi che stimolano nei ragazzi l’interesse per indagare e approfondire anche autonomamente.

3) Identità, ricercata anche attraverso la capacità di immaginarsi come nazione e l’attivismo è considerato una pratica per sviluppare un cambiamento a partire dai propri comportamenti sociali. E’ sicuramente più facile lavorare coi palestinesi perché partono da condizioni di bisogno,i ragazzi israeliani si sentono in posizione di forza, quindi guardano con più diffidenza a ciò che potrebbe provocare una crisi alla sicurezza delle proprie convinzioni.

La Lega araba considera lo Stato di Israele uno stato per tutti, quindi al di sopra degli orientamenti religiosi. E’ l’atteggiamento sionista che fomenta la discriminazione, qui come forse ovunque dove riesce ad imporsi.

A Jaffa si sta verificando un problema sempre più pressante legato alla politica dell’esproprio delle case palestinesi; il governo spinge affinchè la questione appaia puramente di tipo economico, lasciando alle imprese del mercato immobiliare la gestione delle pressioni e dei ricatti sulle famiglie arabe per indurle ad abbandonare le abitazioni. Di fatto c’è una grossa speculazione , si sta progettando la progressiva ristrutturazione delle vecchie case in funzione dello sfruttamento turistico balneare.

Jenevieve conclude con questa affermazione “Se lo stato di Israele viene trattato come un bambino viziato, che può fare tutto ciò che vuole, non ci possono essere soluzioni: Chi può guidarlo e fermarlo –anche per il proprio bene- sono gli organismi internazionali. Gaza insegnerebbe…”

Ci rimane del tempo per visitare la parte vecchia della città, sentirci raccontare ancora un po’ di storia . Al ritorno, dopo cena, una fugace visita alla Betlemme vecchia per ritrovare un’identità mediorientale non brutalizzata…



martedì 13 - mercoledì 14

 

Perdonatemi se non riporto tutti i contenuti nel dettaglio mi riservo al ritorno con il contributo dei compagni di viaggio, vorrei essere più veloce ora.

Mi limito a indicare le attività di ieri e se riuscirò anche di oggi (per la stanchezza questa sera ho avuto il coraggio di “estraniarmi” un po’…durante la conferenza…); riassumo alcuni concetti di contenuto che sono emersi più ricorrenti.

 

13 Gerusalemme

ritrovo generale nella sala congressi di Notre Dame.

Tavola rotonda con Lotti, Eric Salerno (molto bravo e determinato), Nils Eliasson console della Svezia, Sari Nusseibeh (palestinese docente di filosofia,originale provocatorio ma realista ), Janet Aviad università di Gerusalemme, Sergio Bassoli, presidenti enti locali di Spagna e Francia e di ong europee, Luisa Morgantini, Ghassan Khatib ( ministero delle comunicazioni di Gerusalemme), Naomi Chazan ( membro della Kenesset e attivista pacifista israeliana).

tema: speranza dell'incontro

Quasi unanime è il richiamo alle responsabilità dell'Europa nel far rispettare le risoluzioni dell’ONU per poter discutere di pace ; Obama a cui ci si appella , visti i suoi primi discorsi in proposito , ha lasciato un generale senso di delusione; non riesce ad ottenere un peso rilevante nella politica internazionale la sofferenza evidentissima del popolo palestinese, ma anche israeliano , per la conseguente militarizzazione della società e la paura alimentata dalla stessa propria politica; viene spesso sottolineata la preoccupazione di una degenerazione imminente per lo stato di tensione esasperato; è fondamentale ridefinire i confini sulle condizioni del '67 ma dando chiara soluzione al problema dei rifugiati nei campi profughi della Cisgiordania; è necessario sostenere l'attivismo pacifista israeliano già in grosse difficoltà con il governo.

La parola pace risulta sempre più svuotata di significato, utilizzata nelle sedi ufficiali a cui non corrisponde una politica dei fatti; bisogna applicare pressioni concrete alla politica di Netanyahu (il boicottaggio non è condiviso da tutti, considerato un palliativo rispetto alla gravità delle cose); l'Europa spende 500 milioni di euro l'anno per praticamente mantenere questa situazione, qualcuno osserva che buona parte dei fondi vanno alle misure di sicurezza che in realtà sono più utilizzate dagli israeliani.

Se si permette ad uno stato di crearsi una zona franca rispetto agli obblighi concordati nelle convenzioni e nei trattati firmati da entrambe le parti, si crea il disastro per i diritti e la democrazia ; la società civile sta parlando, sta cercando un dialogo, ma quella politica rimane totalmente assente; continuare a costruire colonie con lo schema strategico di rinserrare città e territori è la principale causa dell'impossibilità del dialogo; la soluzione dei due stati a tuttoggi potrebbe essere deresponsabilizzante per Israele; bisogna assolutamente alzare la voce per criticare il governo e non lasciarsi intimidire dalle accuse di antisemitismo create ad hoc dai sostenitori del governo.

Questi in sintesi i messaggi che mi sono sembrati più significativi.

Abbiamo avuto due ore di tempo per effettuare una rapida visita alla città vecchia, contornata da palazzi e torri moderne ; attraversando la parte est musulmana, quella armena, cristiana,ebrea ci si chiede come sia possibile distruggere l'ambiente e la vita delle persone quando la stessa urbanistica antica insegna il massimo grado di convivenza.

 



Mercoledì 14

Abbiamo visitato un campo profughi gestito dall'ONU: come sempre grande accoglienza e incontro con autorità locali. L'operatore ONU ci racconta situazioni allucinanti dei trattamenti riservati ai rifugiati, costrizioni inaccettabili per un paese come Israele che sbraita la propria democraticità rispetto ai governi arabi. E’ la prima volta che rappresentanti della società civile fanno visita ad una società di profughi. Questo campo, poco distante da Gerusalemme, è stato allestito dalla Giordania qualche giorno prima della guerra dei sei giorni, per accogliere i profughi da Gerusalemme( definiti rifugiati perché pur essendo in Palestina, sono palestinesi che provengono da territori di Israele). All’epoca erano 35000 ora sono 18000 . Attualmente il muro impedisce ai 50000 abitanti dell’intera regione di avere normali scambi; molti vivono nel campo per le difficoltà economiche: L’ONU gestisce 3 scuole, un ambulatorio, alcuni servizi di formazione professionale; tutti i governi europei stanno tagliando fondi di aiuti ai profughi (l’Italia più di ogni altro). Intorno a Gerusalemme ci sono cinque check point, qui è presente il più piccolo : apre alle 5 del mattino (ma non è sicuro…) tutti si alzano presto per disporsi in fila in attesa, muniti di cartellino verde, certificati di permesso rilasciati dalle autorità e quelli attestanti la figliolanza; ma il check point può essere chiuso per diverse ragioni: l’anno scorso furono chiusi tutti per 61 giorni: Per avere il permesso per Gerusalemme bisogna avere 30 anni, essere sposati con almeno un figlio, essere in possesso di una dichiarazione di responsabilità del datore di lavoro; la disoccupazione è altissima, perciò a Gerusalemme si va per lavoro, generalmente a tempo determinato e pagato un terzo rispetto alla manodopera israeliana; si può chiedere di uscire anche per ragioni di salute, ma i malati non possono essere accompagnati, né vecchi né bambini, il permesso rilasciato dopo estenuanti pratiche burocratiche , vale per una sola persona; per ragioni religiose a Gerusalemme si può andare solo fino a 12 anni, oppure dopo i 45 se si è donne o dopo i 50 se si è uomini.

Le autorità possono rifiutare i permessi anche agli operatori ONU :sono state calcolate 16.599 ore di lavoro perse ai check point dagli operatori onu nella West bank, mentre i tipi di ostacoli che la gente deve affrontare ogni giorno per la vita quotidiana sono stati classificati in 600.

Filippo Grandi, il responsabile ONU che ci accompagna, si dice fiducioso che al nostro ritorno ci rendiamo testimoni e portavoce della disperata richiesta del rispetto delle risoluzioni ONU.


Nel pomeriggio abbiamo avuto l’incontro con una madre israeliana e un giovane palestinese di Parents Circle, la loro esperienza ha toccato le corde emotive, soprattutto il giovane ha manifestato molta determinazione, richiamando l’attenzione sulla necessità di non fermarsi alle etichette "automatiche", seppure in molti casi fondate, con cui si giudicano le parti, perchè questo non aiuta il processo di comprensione, avvicinamento e conoscenza reciproca, finora negate dalla politica.

Anche qui la società civile, a piccole entità e a piccoli passi sta cercando una soluzione di sopravvivenza nella libertà di pensiero e di sentimento al di là delle strumentalizzazioni governative.

Questa sera abbiamo concluso con altre testimonianze di impegno e di elaborazione, intervallate da interventi di due cantanti dalla voce meravigliosa !(una delle quali era Noa)

Domani un gruppo ristretto andrà (ma qui bisogna sempre premettere un forse) a Gaza avendo finalmente ottenuto un permesso, sembra...

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15 ottobre 

Gerusalemme .  Visitiamo  l’ AIC (Alternative International Center, che ha una sede anche in territorio est) dove incontriamo un giovane israeliano di 28 anni, passato attraverso l’esperienza del carcere per aver rifiutato di continuare il servizio militare, sensibilizzato ai problemi della convivenza e a quelli concreti dei palestinesi ed  impegnato nella protesta contro la costruzione del muro ( ci dice che nel suo Paese ci sono sempre molte proteste, difatti ne sentiamo gli echi da una piazza accanto). Ci farà da guida, ricordandoci che è molto importante se riusciamo a divulgare le notizie e l’esperienza che qui viviamo per contrastare le politica di omertà desiderata dal governo israeliano ( ancora una volta mi confermo la necessità di tenere fermamente distinte la politica d’un governo dalla cultura e credo religioso del suo popolo).

Il rappresentante del Centro ci conduce a vedere dei quartieri significativi e ci spiega gli elementi che hanno segnato la divisione della città e gli attuali problemi dovuti alla politica di sostegno attuata in favore dei coloni. Ci conduce di fronte ad una strada che fino alla guerra del ’67 era linea di confine tra Giordania e Israele: lì le case furono costruite dal governo giordano per i rifugiati palestinesi in fuga dall’occupazione del israeliana ’48; su alcuni edifici sono stati lasciati evidenti i segni delle sparatorie.  Dal ’67 Israele si è annesso il territorio della città oltre quel confine (che adesso è una strada) iniziando la pratica degli sfratti, facilitati dal fatto che le famiglie palestinesi non possiedono documenti ufficiali rilasciati all’epoca dalla Giordania.

Nel frattempo il governo invogliò  gli ebrei mediorientali a trasferirsi in Israele, facendo leva sul sentimento di insicurezza vissuta in quanto minoranza nei Paesi musulmani. Al loro arrivo, gli ebrei mediorientali trovavano nei posti comando i cosiddetti ebrei europei, che li relegavano in aree di confine, povere e senza servizi, chiedendo loro di dare un grosso contributo alla natalità.

Per la condizione di marginalità  in cui si trovava questo gruppo di immigrati, soprattutto i giovani della seconda generazione si ribellarono, dando vita al movimento delle Pantere Nere Israeliane, che fu la più grande espressione di protesta degli anni 60 / 70, sulla scia dei movimenti americani.

La guerra del’67ha incrementato la partecipazione giovanile al gruppo, che di fatto rappresentava gli ebrei più vicini alla cultura arabo-palestinese, tanto che furono gli studenti delle Pantere nere a organizzare inizialmente il mov. di liberazione della Palestina ( con le prime azioni di esproprio proletario a favore di un quartiere)  La guerra del Kippur ha fatto leva sul sentimento di paura nella popolazione delle campagne per riuscire ad isolare e poi sciogliere il movimento delle Pantere :

Israele si promuove come paese europeo, ma in realtà quasi il 50% della sua popolazione è  di ebrei mediorientali..

Oggi gli ebrei sefarditi rivendicano il quartiere dove, secondo la tradizione, si troverebbe la tomba del rabbino Simon Zacodich, per questo pretendono la requisizione delle case dei palestinesi, che qui vivono dal ’48, adducendo a concessioni territoriali avute sotto l’impero ottomano.

(le abitazioni furono costruite dal governo giordano e dall’ONU che le offrivano ai palestinesi in cambio della rinuncia allo status di rifugiati).  Normalmente i coloni sefarditi si fanno scortare dalla polizia per praticare lo sfratto, spesso con brutalità, in piena notte, sfondando le porte e buttando fuori persone e oggetti, come è successo due mesi e mezzo fa alla famiglia Rawi, residente qui dal ’57. Mariam Rawi, occhi verdi-azzurri, aria calmissima, che da allora sosta in un presidio permanente sul marciapiede di fronte alla sua ex casa, ci racconta come, coloni e polizia con passamontagna, fossero arrivati alle 5 del mattino per buttare fuori tutti i 38 componenti, compreso un bimbo di un giorno e le donne in veste da notte, senza il permesso di portare con sé degli oggetti, salvo trovarsi il giorno dopo la propria mobilia scaraventata lontano in discarica e quindi per lei inutilizzabile. Ci sono problemi anche per coloro che sostengono questa dimostrazione silenziosa della famiglia Rawi, ai quali per intimidazione la polizia prende le impronte digitali . L’OLP pagherà per loro la stanza in un albergo ancora per una settimana, non di più perché non dispone di ulteriori fondi, e poi che succederà ? nei suoi occhi c’è un segno della propria certezza, ma il suo sguardo cortese tende a superarci, noi, lo sappiamo, non potremmo esserle utili.

C’è stato un processo legale, ma è stato vinto dai coloni e finora i Rawi non hanno ricevuto alcuna compensazione in denaro. Là vicino altre tre famiglie hanno ricevuto l’avviso di sfratto e si aspettano un trattamento analogo.

La nostra guida ha organizzato per noi un incontro con un colono insolitamente disponibile, ci raccomanda di essere estremamente prudenti a non affrontare in modo troppo diretto e con giudizio critico i discorsi, per non provocarne rigidità e chiusura. Andiamo quindi all’insediamento di Ma’ale Dumim, il più grande a pochi km da Gerusalemme .

E’ una colonia di 40.000 ab., sorta nel ‘75 ; ecco la versione di questo colono oriundo americano, deciso e sicuro di sé e pronto a credere che sia impossibile non credergli.

“ Fino al ’67 Gerusalemme era circondata dall’esercito nemico giordano, noi eravamo bersaglio dei franchi tiratori; la colonia è stata incentivata per metterci al riparo, qui era solo deserto. All’inizio arrivarono 25 persone a cui piaceva il deserto, poi si decise di ampliare l’insediamento, prendendo il nome dal libro di Jona; il governo ha anche fatto una lotteria per incentivare le persone a venire qui: ora si trovano 8.000 famiglie. Nel fondo valle, circondato dal deserto , ci sono delle industrie la cui manodopera è per metà palestinese, circa 400 persone. Gli accordi di Oslo hanno fatto aumentare il terrorismo, mentre invece prima gli arabi venivano qui per commerciare e mangiare hamburger .Vi sono vari insediamenti arabi tra qui e Gerusalemme, ma qui  non abitava nessuno; esistono progetti per il raddoppio di Ma’ale Dumim, il governo da 15 anni continua a dare autorizzazioni, ma i lalori per il nuovo quartiere non sono ancora iniziati. Se ci saranno accordi , i palestinesi avranno due possibili passaggi: un tunnel o una strada che gira tutto intorno alla colonia; se non ci sarà accordo, i terroristi impediranno ai coloni di continuare a venire . Ma’ale Dumim è la più bella e grande colonia della west bank (lo dice con orgoglio) e riceve acqua da Gerusalemme; questi sono territori “disputati” (non concepisce il termine “occupati”) , alcuni legali ritengono che ci siano le condizioni perché possano appartenere agli ebrei. Il problema dei palestinesi sono i terroristi, Israele non può cedere le armi. Per me non ci sono problemi, una volta al mese mi trovo con palestinesi per parlare di sport e di cucina, mai di politica”.

Non possiamo, non c’è tempo, non ne varrebbe la pena, dire nulla, gli lasciamo la sensazione che forse questi pacifisti non siano poi così prevenuti…ad alcune nostre richieste di spiegazioni ha tranquillamente rinviato a un dopo improbabile.  Ci stanno aspettando al villaggio di beduini dove ci hanno preparato il pranzo (come sempre molto ritardato) e lui con molta disinvoltura propone di unirsi a noi, ma ci ripenserà poco dopo.

L’accampamento costruito con qualche lamiera, un po’ di plastica, legno e ferro rimediati per le strutture portanti, recinzioni a prova di sguardi fugaci, si trova in riva ad una scarpata sotto le quale lavori infrastrutturali, demolizioni e ricostruzioni sembrano appartenere ad un altro mondo, mentre il paese in muratura si raggiunge con facile ascesa, quando il terreno non diventa fango con le piogge. Qui la disoccupazione è cronica ed elevata, qualcuno trova lavoro presso qualche fattoria, ma non basta a fronte dei tanti bambini che si affacciano al grande capanno aperto dove veniamo accolti. La giornata si conclude a Betlemme, in piazza della Natività, con una fiaccolata notturna ( di candeline ) nel nome della solidarietà.


16 ottobre 

Quest’ultimo giorno di permanenza in Palestina si apre con due ore libere; Antonio, Giuseppe ed io ci rechiamo all’ospedale dei bambini della Caritas a Betlemme, che può ospitare 22 piccoli con le rispettive madri. Mentre una suora ci accompagna tra i reparti (efficienza modello Emergency) ci fa osservare da una finestra uno degli insediamenti di coloni, che attanagliano la città: è una cittadina di pietra bianca che ricopre estesamente la cima d’un colle, e per questo hanno spianato distruggendo tanti alberi e ulivi ( in un territorio così tendenzialmente arido,col tempo potrebbe determinarsi un problema di equilibrio ecologico). Dalle osservazioni condotte dall’ospedale, risulterebbe che , rispetto ad un periodo precedente, in cui i casi di ricovero riguardavano soprattutto il problema della denutrizione, da qualche tempo sono in aumento la malattie congenite Per le forti restrizioni al movimento,imposte dalle leggi e dal muro, si sta sviluppando la tendenza all’unione consanguinea, all’interno dei clan famigliari. Alla lunga, fra qualche generazione la popolazione palestinese sarà fortemente indebolita, per danni intellettivi e difficoltà di crescita e di autonomia motoria. Si avverte una disillusione e un rammarico nei confronti del Vaticano che, pur sapendo, non lancia forte un grido di allarme, che i religiosi di qui si attenderebbero, piuttosto delle visite ufficiali. Nonostante tutto all’uscita ci sentiamo rinfrancati per il bel carattere e la forza d’animo di quella suora.

Nell’assemblea conclusiva, con cui chiudiamo la mattinata, si presenta un quadro del senso delle nostre attività, con indicazioni di intenti, come ad es. cogliere dall‘esperienza lo stimolo per far agire gli enti locali; per cercare di divulgare le conoscenze, per creare una lotta democratica alle ingiustizie e alla povertà. I tempi sono sempre troppo stretti per riuscire a discutere veramente.

Alla fine dell’assemblea un gruppo si organizza per andare a Ramallah, dove dovrebbe svolgersi una manifestazione per il diritto all’educazione, con una marcia di bambini da Gerusalemme: al checkpoint non ci danno il permesso di passare. Ci ricongiungiamo così agli altri pullman, diretti a Gerico e al Mar Morto per un’ora di turismo…(qui alle 17 è già buio ).

L’esperienza dell’avvicinamento a questo mondo in tensione per noi si conclude, ma si apre la fase della rielaborazione , in cui mantener fede alla richiesta di non lasciare intentato ciò che è nelle nostre possibilità, di assumerci quindi ora le nostre responsabilità rispetto alle enormi ingiustizie.


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