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27.10.2009

74// Diario di viaggio: Indimenticabile esperienza

di La delegazione bergamasca

 

10 OTTOBRE 2009 I giorno: Betlemme IL MURO
Accoglienza presso il Comune di Betlemme
Arriviamo con il nostro autobus dall’Aeroporto di Telaviv e ci dirigiamo a Betlemme. Ci accoglie il primo check point israeliano che ci porta anche alla prima porzione di muro. Una costruzione impressionante e inquietante, che non può lasciare indifferenti.

Arrivati a Betlemme ci raccogliamo alla Piazza della Natività immediatamente di fronte al Municipio della Città, dove ci aspetta l’incontro con le Autorità Locali e gli organizzatori.

Abbiamo intrapreso questo viaggio per vedere e ascoltare con l’obbiettivo di raccontare la realtà dei fatti che viviamo nel modo più vero possibile. Ecco il primo momento dell’ascolto.

Nella Vienna Hall del comune di Betlemme, il Sindaco Victor Batarsh, ci dà il suo benvenuto ricordando che il primo gemellaggio tra Betlemme e l’Italia risale al 1962 grazie a Giorgio La Pira; oggi le città gemellate sono più di 20. E’ quindi per lui un piacere averci in Palestina ed in particolare a Betlemme e subito, quasi a sorpresa, in modo deciso e forte ci cala nella condizione di sofferenza del suo popolo.

Il MURO, dice, ha ormai condizionato tutti gli aspetti della vita quotidiana e opprime tutti i palestinesi, siamo un popolo stremato dall’occupazione. Vogliamo la pace e la sicurezza, ma siamo convinti che queste due condizioni non si possono conquistare con la sofferenza. Il MURO per noi è solo sofferenza e non potrà portarci altro.

Il Governatore, presente anche lui ad accoglierci, ci dice che è felice di averci in Palestina, perché noi potremo essere testimoni di tutti i soprusi che il suo popolo sta vivendo da parte di Israele. L’informazione, i media, mentono, non danno l’idea della verità dei fatti. C’è bisogno di gente come voi, ci dice, che vede, ascolta e racconta. “Noi ci appelliamo al mondo libero perché ci aiuti a trovare la via della giusta pace. Uno Stato Palestinese autonomo a fianco di uno stato Israeliano autonomo”.

Dopo un breve saluto da parte di Padre Ibraim Faltas e del Console italiano a Betlemme Francesco Santillo (al quale Flavio Lotti rinnova la richiesta di ottenere dalle autorità israeliane che una delegazione questa settimana si possa recare a Gaza) entriamo nel vivo del nostro ascolto grazie alla presentazione che ci viene fatta della situazione Palestinese da parte di una responsabile dell’Ufficio per gli affari umanitari delle Nazioni Unite.

La condizione, soprattutto della striscia di Gaza, è drammatica e si è aggravata con l’embargo che è iniziato da ormai 3 anni. Attualmente entra a Gaza circa il 20% dei beni che entravano prima dell’embargo. Quasi tutte le attività private imprenditoriali hanno chiuso, si sono persi circa 120.000 posti di lavoro, la corrente salta 4 o 5 volte il giorno per mancanza di combustibile e ciò ha un effetto devastante anche dal punto di vista sanitario ed ambientale. 60/80 milioni di litri di acque non depurate sono scaricati nel mare perché il depuratore non ha abbastanza energia per funzionare. Il 95% delle falde acquifere è attualmente non potabile. Esistono innumerevoli progetti già finanziati per risolvere questo problema, ma i materiali sono bloccati dall’embargo.

Dal punto di vista umanitario, la guerra del 2005 è stata devastante per la popolazione. Ai civili non è stata fornita alcuna protezione ed alcuna via di fuga sotto pesanti bombardamenti aerei e di terra. La frontiera è bloccata sia dalla parte di Israele sia da quella dall’Egitto. 100.000 persone hanno cercato di trovare rifugio nelle scuole, anch’esse bombardate. Questa guerra ha portato da 1.300 a 1.400 vittime civili in tre settimane e oltre 5000 feriti.

Ci sono oltre 5 Miliardi di dollari di diversi donatori, pronti per la ricostruzione ma bloccati a causa dell’embargo.


PROTEZIONE, ACQUA E CIBO SONO BENI BASILARI DELL’UOMO E NON POSSONO COSTITUIRE MERCE DI SCAMBIO.
PER QUESTO SECONDO LE NAZONI UNITE ISRAELE DEVE TOGLIERE L’EMBARGO.

Per la Cisgiordania (West Bank) il problema maggior e è lo spazio. Il 60% del territorio è sotto il controllo israeliano, i palestinesi non ottengono i permessi per costruire e molte case sono sotto minaccia di demolizione.

Ci sono circa 600 posti di blocco o ostacoli di vario genere (barriere, cancelli, mucchi di sabbia ecc) oltre a quelli “volanti” che sono circa 70/80 a settimana, dove sono fermate solo le macchine e le persone palestinesi.

Solo internamente a Hebron (città palestinese con numerosi coloni israeliani) ci sono 93 ostacoli.

ll muro, una volta terminato sarà lungo 708 KM e per l’80% è su territorio palestinese e separa palestinesi da palestinesi e i palestinesi dalla loro terra. E’ costato, fino ad oggi 2 Miliardi di dollari.

Esiste un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia che dichiara illegali le parti del muro costruite in territorio palestinese e ne intima la demolizione.

Il Muro circonda anche Betlemme da nord e Ovest ed ha un effetto devastante sulla città.

Si calcola che i Palestinesi abbiano solo il 13% della superficie del governatorato a disposizione; una parte dei territori è già costruita, un’altra é occupata da colonie o è zona militare chiusa e inaccessibile, oppure é dichiarata da Israele di interesse naturalistico e quindi intoccabile.

Oggi a Betlemme si è raggiunta una densità di popolazione pari a 4650 persone per KM quadrato con 5,7 KM quadrati disponibili a persona.


11 OTTOBRE 2009: Il giorno dell’ascolto e del dialogo nei territori palestinesi occupati.
Villaggi di Swareh, At Twani e Artas.

Percorriamo la strada 60 che da Betlemme porta a Hebron, la strada è affiancata da colonie israeliane che restringono i territori palestinesi fin dagli anni trenta e che sono in continua espansione.

A Swaret incontriamo Hassan che ci racconta dei progetti attivati grazie alla cooperazione internazionale nel suo villaggio e, come sempre accade, ci ringrazia per essere qui, perché diamo a loro la possibilità di parlare e di far conoscere le loro sofferenze. “Noi abbiamo molti amici in Europa, che, quando vengono a visitarci o a portarci il loro appoggio ed aiuto ci danno la forza di continuare a resistere. Siamo un popolo pacifico e lottiamo per opporci alla costruzione del muro anche con l’aiuto di alcune associazioni attiviste israeliane. Abbiamo come nostro primo obiettivo la scuola e la cultura per i nostri ragazzi, che vediamo come unica arma possibile per la futura liberazione della nostra terra”.

Ci raggiunge anche una signora palestinese che ci racconta di suo figlio Omar, ottimo studente che, a suo tempo, ha vinto una borsa di studio in fisica ed è andato a studiare a Trieste e subito dopo a Berlino, dove è stato ucciso in circostanze ancora misteriose e da allora lei si fa chiamare “Mamma di Omar Hassan” ed è così si presenta a noi. Ci racconta dell’esperienza delle donne del villaggio che cucinano cibo biologico per i bambini e i ragazzi delle scuole, ci porta nelle cucine dove le donne ci offrono una bibita di limone e menta, delle focacce e delle torte fatte da loro. Sono gli stessi prodotti che mangiano i bambini delle scuole, sono semplici, poco costosi e sani.

Mamma di Omar Hassan” afferma che loro sono assolutamente disponibili a vivere al fianco degli israeliani. “Il nostro problema non sono gli israeliani, ma il loro governo. Tutto quello che vogliamo è la pace per vivere una vita normale con le nostre famiglie e sappiamo che è quello che vuole anche la gente israeliana.

Ci portano a vedere le scuole, con aule semplici e i bambini, allegri e scatenati come nelle nostre scuole!

La nostra visita si conclude con gli sguardi, le risa e i saluti dei bimbi “Hallo! Hallo!” e ci dirigiamo al villaggio di At Twani nei pressi della città di Attas.

Incontriamo gli operatori di Operazione colomba che sostengono azioni non violente in territori di guerra. E’ qui perchè gli abitanti di questo villaggio hanno deciso di lottare contro l’occupazione israeliana usando il solo metodo della non violenza. Afez il responsabile del villaggio ci parla della loro incredibile, quanto vera e concreta esperienza di resistenza tramite la non violenza in una situazione di soprusi, violenze e umiliazioni quotidiane.

Il villaggio si trova in zona C e cioè è completamente sotto il controllo israeliano. Le loro case sono tutte sotto ordine di demolizione. Hanno costruito una scuola nel 1998 e una clinica, anch’esse per ordine israeliano andranno demolite alla fine dell’anno. I bambini dei villaggi palestinesi vicini, per andare a scuola hanno 2 possibilità: una strada di circa 2 ore oppure una più corta che però passa nelle immediate vicinanze di una colonia Israeliana. I coloni qui sono violenti e considerano questa terra di loro proprietà per volere di Dio, non esitano ad impaurire, minacciare e colpire i bambini e ragazzi palestinesi, tre operatori di “Operazione Colomba” sono stati pestati e gravemente feriti dai coloni mentre accompagnavano i bambini. Il Governo Israeliano informato della cosa ha dichiarato la strada inaccessibile agli operatori internazionali ed ha organizzato un servizio di scorta per i bambini palestinesi dei villaggi vicini. Li accompagnano e li vengono a prendere. Oggi però la scorta non si é ancora fatta vedere e i bambini sono qui con noi ad aspettare che i soldati, armati, li riportino a casa.

Dal 67 ad oggi gli israeliani tentano in ogni modo di rendere la vita impossibile ai palestinesi perché se ne vadano, la casa di Afez è stata distrutta tre volte, e tre volte ricostruita, lui è stato incarcerato, le terre vicine ad At Twani sono state dichiarate area militare per esercitazioni, sono frequenti gli spari sia di giorno sia di notte e qualche pastore o agricoltore palestinese é stato ucciso.

I militari israeliani ed i coloni lavorano insieme per cacciare i palestinesi.

Le strategie principali usate sono la POLITICA DELLE DEMOLIZIONI, che colpisce case, cisterne, tende e baracche. Nel villaggio dove siamo nel 1999 c’è stata una deportazione di massa assolutamente illegale da parte di Israele dei palestinesi che, dopo 6 mesi, sono ritornati grazie all’azione congiunta di palestinesi e attivisti israeliani.

LA POLITICA DELLE CHIUSURE E DEI BLOCCHI continui blocchi per la gente palestinese che si vuole o DEVE muovere per coltivare le proprie terre o per lavorare. Il Villaggio di AT Twani ha deciso di usare l’arma della non violenza perché Israele cerca lo scontro, nel quale avrebbe facile vittoria, ma ha paura sia dei media sia di una corretta informazione che possono sgretolare la sua propaganda. Le loro azioni non violente hanno spesso avuto ampia risonanza ed hanno ottenuto obbiettivi altrimenti irraggiungibili.

LA POLITICA DELLE COLONIE prevede la confisca sistematica delle terre da parte di coloni israeliani che lì si installano in condizioni vantaggiose dal punto di vista del costo delle case, dei servizi offerti (elettricità, acqua ecc). C’è una piena collaborazione tra l’esercito e i coloni.

I COLONI da parte loro dagli anni 80 ad oggi hanno concentrato la loro violenza sui villaggi vicini, con scorribande ed intimidazioni.

A causa di queste difficilissime condizioni 5 villaggi palestinesi si sono completamente spopolati, ma, grazie al lavoro del comitato non violento e delle organizzazioni d’appoggio internazionali presenti (Italiane e Nordamericane), in 2 di loro è stato possibile riportare la popolazione palestinese, che si sente oggi un po’ più protetta.

e i bambini continuano ad aspettare la scorta dell’esercito più volte sollecitato telefonicamente dagli operatori di Operazione Colomba.

I coloni hanno avvelenato le acque, le pecore, sradicato alberi, picchiato operatori internazionali e palestinesi del villaggio.

Afez afferma: “Noi abbiamo scelto la non violenza perché Israele accampa come scusa per la costruzione del muro, dei blocchi, per la confisca delle terre il fatto che i palestinesi sono terroristi. Noi stiamo portando avanti la nostra lotta non violenta e sappiamo che è l’unica strada che possiamo e dobbiamo percorrere. Avremo bisogno di tutto l’aiuto possibile della comunità Internazionale, delle ONG e vostro. Ancora per molto, molto tempo”.

Ci offrono il pranzo in una casa povera e decorosa, certamente la più bella del villaggio, che versa veramente in condizioni disperate. Dopo il pranzo decidiamo di supportare Afez e i bambini del villaggio in un’OPERAZIONE NON VIOLENTA, gli operatori ci avvertono: “Non urlate, non reagite, non correte e cercate di comportarvi sempre con tranquillità. State sempre vicini a noi e ad Afez e fate ciò che fa lui” …cosa mai ci chiederanno di fare???

Annaffieremo delle pale di fico d’India piantate da Afez e dai bambini del villaggio nel terreno immediatamente sotto le colonie, in posizione simbolicamente dissuasiva nei confronti dell’ampliamento della colonia.

Sembra incredibile ma un gruppo di bambini in sella ad un asino armati di bottiglie di acqua e un gruppo di persone armate di macchine fotografiche e telecamere che annaffiano delle piante ha fatto sì che sul posto si recasse la camionetta del responsabile per la sicurezza della colonia e due jeep con 5 o 6 soldati armati di tutto punto, che, di fatto, ci hanno cacciato, hanno cacciato Afez e i bambini dalla loro terra, dalle loro piante.

Dopo questa incredibile esperienza che ci fa capire, anche se minimamente, cosa deve provare e sopportare il popolo palestinese di At Twani, il nostro programma prevede la visita alle città di Artas e di Ramallah.

Per informazioni la scorta dei bambini delle scuole è arrivata con alcune ore di ritardo.

La visita ad Artas è più turistica, visitiamo un monastero di suore cristiane che vivono in stretto contatto con una moschea e gestiscono un asilo interreligioso. Un gruppo folkloristico di ragazzi del luogo si esibisce in due danze. Alle 17.30 circa partiamo per Ramallah senza mai arrivarci. Siamo bloccati al Ceck Point di Betlemme e fatti scendere per i controlli dei passaporti; peccato che prima di noi ci siano almeno altre 200 persone…passiamo il ceck point (un’esperienza che mette notevolmente a disagio noi italiani, immaginiamo cosa sia per i palestinesi questa pratica che per molti è una costrizione quotidiana!) e poi, ormai troppo in ritardo sulla tabella di marcia, torniamo in hotel.



12 OTTOBRE 2009 III giorno: Il giorno dell’ascolto e del dialogo in Israele.
Visita degli insediamenti (settlements)

Oggi il nostro programma prevede la visita di alcune colonie israeliane in territorio palestinese, fin da subito appare chiaro che non sarà precisamente una giornata dedicata all’ascolto, in quanto non abbiamo il permesso di entrare nelle colonie, potremo osservarle solo da fuori e grazie all’aiuto di una guida israeliana, Noa, operatrice dell’Associazione Peace Now, cercheremo di capire di più. Un colloquio vero e proprio con i coloni è escluso.

Passeremo attraverso il ceck point di HIZME per raggiungere poi i “settlements” (insediamenti) di Geva Benayamin, Ofra,Halamish, Nialeen Village e Modiin Ilit, oltre all’Out post GIVA ASAF.

Nella West Bank ci sono oggi circa 120 insediamenti israeliani “legali”e più di 100 insediamenti “ illegali”, i così detti Out Post, che sono in sostanza colonie che hanno occupato terreni di proprietà privata dei palestinesi e sono considerati fuori legge anche da Israele, che però non mette in atto azioni per evacuarli.

Prima di iniziare il nostro viaggio don Tonio dell’Olio, che oggi ci accompagna, ci dice che per questa giornata, che stiamo per vivere e che segue la nostra visita di ieri nei territori palestinesi, dove abbiamo toccato con mano la sofferenza e le privazioni di questo popolo, dovremmo ricordare un proverbio indiano (cultura certamente lontana da questa, dove siamo) e che dice “Prima di giudicare l’altro fai 7 miglia nei suoi sandali”.

La cosa appare subito molto difficile: ci portano a visitare la tenda di una donna palestinese cacciata dalla sua casa, che si è accampata qui a Gerusalemme per protesta e vive con i suoi figli di fronte alla sua casa, oggi occupata da israeliani Il marito è stato ucciso. Dal tetto della casa di fronte alla tenda i coloni ci fotografano con i cellulari e noi non possiamo fare a meno di fotografare loro e di stringerci attorno alla tenda della donna che sta dando da mangiare ad un bimbo che non avrà ancora 2 anni. Gli uomini della sua famiglia sono oggi a Hebron per protestare. I giornalisti di RAI 3 la intervistano e chiedono un’intervista anche agli israeliani, che però rifiutano, saranno ben lieti di rispondere alle domande ma non ora, che la giornalista lasci i recapiti e loro chiameranno. Così iniziamo la nostra giornata e il nostro viaggio di approfondimento nei confronti delle colonie israeliane.

Al ceck point di Hizme ci fermiamo con Noa che vuole illustrarci la situazione generale delle colonie nella West Bank, subito arriva una camionetta con 3 soldati israeliani, pensiamo che ci vogliano cacciare, invece dicono a Noa di proseguire e si fanno intervistare da alcuni di noi e dai giornalisti. Sono ragazzi tra i 19 e 22 anni, dicono che sono qui per proteggere Israele dagli attacchi dei terroristi, che non hanno nulla contro i palestinesi, ma sembrano molto a disagio se si approfondisce la questione: perché secondo te attaccano i palestinesi? È giusto secondo te che tu debba essere qui a controllarci?...

Dagli accordi di Oslo la West Bank è suddivisa in 3 aree, l’area A sotto il controllo palestinese, l’area B che è giuridicamente sotto il controllo palestinese, ma militarmente sotto quello Israeliano e la zona C completamente sotto il controllo di Israele. I palestinesi non possono entrare nella zona C e gli Israeliani non possono entrare nelle zone A Bisogna però osservare che le aree C circondano completamente le zone sotto il controllo palestinese, soffocando le città ed impedendone qualsiasi sviluppo futuro. Inoltre Israele ha speso e continua a spendere moltissimo per creare un sistema viario che collega le colonie in modo tale da rendere gli spostamenti dei coloni facili e veloci. Si tratta per lo più di strade chiuse ai palestinesi.

Nei pressi di una colonia israeliana scendiamo dal pullman ed abbiamo occasione di parlare con due ragazzi israeliani molto convinti delle loro ragioni, del fatto che Israele debba lottare per conquistare la terra che Dio gli ha assegnato, che gli arabi hanno molti altri posti dove poter vivere e loro difenderanno la loro colonia dal terrorismo degli arabi sempre. Un gruppo di noi si ferma a discutere con loro e ad ascoltarli e poi li salutiamo e ripartiamo.

Noa, che si è sempre tenuta lontana dalla colonia, una volta risaliti sul pullman riceve una telefonata dalla polizia che le chiede se siamo noi il gruppo fermo davanti alla colonia e ci intima di allontanarci subito per evitare scontri. Non è gente abituata alle discussioni. In ogni caso avevamo già ripreso il nostro viaggio.

Vediamo dai finestrini del pullman le colonie e gli out post, costantemente sorvegliate dall’interno dagli addetti alla sicurezza, ci fermiamo poi a Nailin, dove esiste una comunità palestinese che da anni lotta, invano, in modo non violento contro la costruzione del muro.

Il responsabile del comitato non violento è un insegnante d’inglese che ci racconta che dal 1948 la città ha perso 40.000 ettari di terreno e le politiche di confisca continuano. Hanno costruito 5 insediamenti illegali e vi hanno fatto arrivare ebrei ortodossi dall’estero, cacciando i palestinesi dalle loro terre.

La strategia del muro, ci dice il professore, ha una sola finalità: togliere altra terra ai palestinesi. Loro dal 2004 fanno proteste stabili davanti al muro, in prossimità del quale ci portano, e dove hanno perso la vita alcuni manifestanti e almeno due bambini, tra cui suo nipote colpito dalla pallottola di un soldato israeliano.

Anche alcuni internazionali sono stati arrestati o picchiati durante queste manifestazioni e tutti fatti rientrare nel loro paese d’origine.

Lasciando il villaggio di Nailin salutiamo i ragazzi che ci hanno accompagnato al muro e che ci hanno fatto visitare il loro piccolo “museo” che è una stanza piena di fotografie della storia del loro popolo, della loro città e delle manifestazione non violente fermate con la forza dagli israeliani.

Facciamo la nostra ultima tappa a Madin Ilit, uno dei tre maggiori insediamenti israeliani e città di ultra ortodossi.
Ci sono grandi palazzoni bianchi, la scuola, il parco giochi e molte gru al lavoro, a testimoniare che nei fatti il “congelamento” delle colonie non esiste. Qui ad esempio si può continuare a costruire perché si tratta di licenze ottenute prima degli accordi di Oslo e ben 40.000 unità operative potrebbero ancora essere realizzate perché concesse prima del 1993.

Noa ci dice che Peace now ritiene che siccome la west bank non è mai stata annessa ad Israele il governo israeliano potrebbe decidere politicamente il congelamento effettivo delle colonie, revocando le concessioni ottenute prima di Oslo. Il pericolo grande che si intravede, neanche troppo lontanamente, è che le colonie diventino tutte talmente grandi da renderne nei fatti impossibile lo sgombero, come sembra chiaro di Madin Ilit.

Noa ci dice che contrariamente ai coloni che occupano gli Out Post, molti degli israeliani che vivono qui lo fanno perché ottengono delle agevolazioni significative nell’acquisto della casa e nei servizi connessi, acqua, elettricità ecc. Per questo secondo lei una diversa politica da parte di Israele potrebbe produrre effetti buoni dal punto di vista della convivenza tra Israele e la Palestina, il punto fermo deve però essere lo sgombero delle colonie in territorio palestinese.


13 OTTOBRE 2009 IV giorno: Il giorno dell’Europa.
Auditorium Notre Dame Center – Conferenza Internazionale “il ruolo dell’Europa per la pace in Medio Oriente.

La conferenza vuole riflettere, grazie al contributo di eminenti personalità del mondo Istituzionale, culturale e delle ONG (della società civile se così vogliamo dire), sul ruolo che l’Europa ha e dovrebbe avere per contribuire alla dine della guerra israelo-palestinese.

Lo scorso 4 giugno Barak Obama ha detto “Perché arrivi la pace è tempo che tutti assumano le proprie responsabilità” ed ha sollecitato il mondo a raddoppiare gli sforzi per giungere alla definizione di due Stati, Israele e Palestina, perché vivano vicini in pace e sicurezza”.

Il nostro viaggio in questa marcia della pace secondo Flavio Lotti, è dettato non da un pacifismo buonista, ma dalla concreta e reale percezione della tragedia umana che qui si sta compiendo e del fatto che allo stato attuale ci sono tutte le premesse perché questa situazione non migliori. La soluzione del problema Israeliano è strategica e di primario interesse anche per noi, per l’America (com’è stato detto per la prima volta dall’attuale Presidente B. Obama), e anche per l’Europa, che invece continua a tacere.

Il giornalista del Messaggero Erik Salerno coordina i lavori della prima parte della conferenza dedicata alle Istituzioni. Sono presenti Nils Eliasson Console generale svedese a Gerusalemme e Presidente di turno dell’Unione Europea, Christian Bergaer, Rappresentante della Commissione Europea a Gerusalemme, Michael Sabbah Emerito Patriarca Cristiano di Gerusalemme, Sari Nusseibeth Prsidente dell’Università di Al-Quds, Naomi Chazan professoressa emerita di scienze politiche all’Università di Hebrew di Gerusalemme, Ghassan Khatib scrittore e direttore del centro per i media e la comunicazione di Gerusalemme e Janet Aviad autrice e letterata della scuola di educazione della Habrew University di Gerusalemme.

I discorsi dei due rappresentanti dell’Unione Europea Eliasson e Bergaer, sono apparsi deboli ed assolutamente formali e “diplomatici” nel senso peggiore del termine. Hanno entrambi sottolineato che l’Unione Europea agisce nel Medio Oriente nell’orizzonte unico e imprescindibile del rispetto delle leggi internazionali. con lo scopo della creazione di due Stati. L’Unione Europea ha intimato più volte a Israele di evitare provocazioni con l’ampliamento delle colonie o le demolizioni delle case palestinesi, che sono azioni illegali dal punto di vista della legge internazionale. Chiede di mettere fine all’occupazione e di garantire il rispetto dei diritti umani.

E’ chiaro a tutti noi, che abbiamo avuto modo di toccare con mano l’invasività delle colonie israeliane, la violenza degli sgomberi forzati dei palestinesi dalle loro terre per la demolizione delle case, il continuo lavoro di ampliamento interno alle colonie, la mancanza di tutela dei diritti fondamentali per i palestinesi, che queste parole sono dichiarazioni alle quali non è mai seguita un’azione coerente. Questo atteggiamento da parte dell’Unione Europea, non può che allarmarci. Come ha avuto modo di obbiettare Erik Salerno, Israele sa benissimo ciò che è legale e ciò che non lo è, le intimazioni non bastano più, serve altro.

Appare chiaro che è arrivato il momento, per l’Unione Europea, ma anche per tutti gli attori di questo conflitto, di cambiare pensiero, serve uno slancio inedito che guidi una nuova azione, concreta e concertata.

Secondo Janet Aviad anche agli israeliani è chiaro che si dovrà arrivare alla soluzione dei due stati, ma il come e il quando restano confusi, si parla in modo generico di un “processo” che dovrà compiersi, ma senza dare tempi e modalità utili a raggiungere questo scopo. Secondo la Aviad non ci deve aspettare che il Governo Netanyahu si muova in autonomia verso una soluzione giusta della questione. Certo può essere d’accordo sulla soluzione dei 2 Stati, ma in quali termini? Sicuramente svantaggiosi per il popolo palestinese. La sinistra d’altro canto è troppo debole e poco rappresentativa oggi del popolo israeliano, bisogna cercare di parlare alla corrente maggioritaria degli israeliani, muovendoli verso la possibilità di percorrere una strada ben definita che porti alla soluzione dei due stati, con tempi e modi definiti, per il bene di Israele in primo luogo. Israele e gli israeliani devono avere ben chiaro che se non si approderà ad una giusta soluzione Israele avrà un governo sempre più debole e delegittimato a livello internazionale, mentre potrebbe essere a tutti gli effetti un partners culturale e commerciale di grande importanza sia per l’Europa, che per l’America.

Anche secondo Sari Nusseibeth oggi non ci stiamo muovendo verso una soluzione accettabile per la creazione dei due Stati. Lo “Status Quo” sta portando ad una soluzione svantaggiosa per la Palestina: perdita di terre rispetto ai confini del 67, mancanza di garanzie nei confronti dei rifugiati, Gerusalemme est tolta ai palestinesi. Ma queste sono prospettive israeliane, non si tratta di una soluzione giusta del conflitto. Forse, secondo Nusseibeth, non è più il tempo di credere alla soluzione dei 2 Stati ed è invece necessario lavorare in primo luogo perché i diritti umani di tutti siano rispettati e garantiti in un unico stato o in due stati diventa secondario. Forse è il caso che anche la cooperazione internazionale lavori perché gli innumerevoli fondi stanziati fino ad oggi siano usati per scuole, ospedali, sanità e educazione in generale, ma non più per infrastrutture dedicate al futuro stato palestinese. Si veda l’esempio dell’aeroporto di Gaza, costruito con fondi internazionali e demolito in una notte dall’esercito Israeliano.

I soldi della cooperazione devono iniziare ad essere spesi solo ed esclusivamente per realizzare progetti che facciano fare un passo avanti verso la strada della soluzione, altrimenti saranno solo un sollievo temporaneo per i palestinesi dentro un “inferno” senza fine e una riduzione di responsabilità degli israeliani che eviteranno, grazie a questi soldi, di farsi carico delle spese derivanti dalla loro occupazione (come invece prevede la legislazione internazionale).

Michael Sabbat, emerito patriarca cristiano di Gerusalemme, rileva che in Medio Oriente il diritto di fatto e morto e che vige la legge del più forte, senza che la comunità internazionale abbia il coraggio di intervenire, in modo particolare sul Governo di Netanyahu, per far cessare le violenze. E’ necessario iniziare ad agire sugli accordi commerciali e culturali in essere perché Israele rispetti le leggi internazionali Le accuse di antisemitismo non devono impedire che si lavori per il rispetto, ovunque, dei diritti fondamentali dell’uomo. Se l’Europa non agirà nel breve termine in modo concreto sul governo Israeliano, l’Europa resterà nelle conferenze ed il popolo israeliano e palestinese nelle sofferenze.

Nella seconda parte il tema dominante è stato quello della cooperazione internazionale e della assoluta necessità di imprimere una svolta nell’azione perché si determini con grande chiarezza il percorso e le misure da compiere per arrivare alla soluzione dei 2 stati. Come sintetizza bene Sergio Bassoli non è possibile che le ONG costruiscano mentre la politica non consolida e l’occupazione distrugge.

Abbiamo avuto la possibilità di ascoltare i responsabili di diverse nazioni Spagna, Francia, oltre all’Italia impegnate da anni nella cooperazione in Medio Oriente.

A tutti appare chiaro che esiste una responsabilità politica di cui ci si deve far carico; il corto circuito della politica ricade anche sul lavoro delle ONG e della società civile. Appare evidente, quando infrastrutture costruite con i soldi della cooperazione internazionale vengono distrutte da Israele, senza che la Comunità Internazionale intervenga. Questo scandalo deve finire, altrimenti non ha senso investire così ingenti risorse nella cooperazione (anche l’Italia, nonostante la diminuzione dei fondi destinati alla cooperazione internazionale ha mantenuto stabili quelli in medio oriente).

Il rispetto dei diritti umani, il diritto alla vita per primo, deve essere la base imprescindibile di ogni azione politica, non si tratta di diritti revocabili, per nessuna ragione. La Politica non può prescindere da questa prospettiva e non può più lasciare inascoltate le istanze della società civile.

L’intervento di Naomi Chezan ribadisce i principi emersi da questa Conferenza, che dovrebbero guidare i futuri interventi in Medio Oriente: ogni azione deve rispondere a due requisiti, promuovere la formazione di due stati e non avvantaggiare o legittimare l’occupazione israeliana.

Oggi purtroppo non esistono contatti tra israeliani e palestinesi, o sonno molto rari, perché fisicamente impossibili, ma nella forza del dialogo e della società civile risiede la speranza per un futuro di pace.

La Politica ha degli strumenti che deve usare senza paura e con decisione nei confronti di Israele e questi strumenti sono gli “accordi commerciali con Israele” (possibilità di portare in Europa merci senza pagare tasse) che prevedono che se il rispetto dei diritti umani viene meno, l’accordo non è più valido. E’ necessario rispettare questi accordi, prima di tutto per una nostra coerenza.

La politica sarà in grado di essere all’altezza di questa situazione? Il fallimento dell’attuale strategia è chiaro e davanti agli occhi di tutti, le quotidiane ingiustizie e violenze subite dal popolo palestinese, cui fanno da specchio i timori e le paure degli israeliani che vivono sotto l’incubo degli attentati, sono uno scandalo la cui responsabilità è anche della nostra inazione.

La politica deve riacquistare una dimensione di ascolto e di collaborazione nei confronti della società civile, ma deve farlo ora, per il bene di Israele, della Palestina, ma anche delle nostre Nazioni.

Una nota che non ci fa ben sperare in proposito, è il repentino allontanamento dai lavori da parte dei rappresentanti delle istituzioni una volta terminati i loro interventi. La società civile li ha ascoltati e poi si è ritrovata, come troppo spesso accade, a discutere da sola tematiche e richieste di aiuto destinate al mondo istituzionale e politico.


14 OTTOBRE 2009 V giorno: Visita al campo profughi di Shuffat. Giorno della riconciliazione.

Il campo profughi è gestito dall’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East).) l’Agenzia ONU per i Rifugiati. Il campo è stato fondato dopo la guerra dei 6 giorni nel 67, dal Governo Giordano. Inizialmente vi risiedevano 3.500 persone, attualmente il campo ospita 18.000 rifugiati. Anche per entrare in questo campo è necessario passare un Ceck Point israeliano; il muro in costruzione, proprio nei pressi del campo, renderà ancora più difficoltosi gli spostamenti, già limitati, dei palestinesi del campo. Sulla collina imperano le case dei coloni e nei pressi del campo continuano le demolizioni.

Ci accompagnano nella visita i ragazzi dell’Agenzia ONU per i rifugiati, che ci spiegano e ci fanno vedere ciò che ormai abbiamo imparato a riconoscere da soli: le colonie che stringono i territori palestinesi, il ceck point che controlla gli spostamenti degli abitanti del campo, le case dei palestinesi demolite. A causa della pressione demografica nel campo rifugiati molte case, costruite per essere di uno o due piani, sono diventate case a tre e quattro piani. Nel Medio Oriente dopo il ’48 si contavano 700.000 rifugiati, arrivati oggi alla impressionante cifra di circa 3 milioni e mezzo. I campi profughi dell’UNRWA si trovano a Gaza, Gerusalemme, Giordania, Libia e Siria. L’UNRWA si occupa dei bisogni primari nei campi dei rifugiati: scuole, sanità, servizi in genere. Non è un organismo politico, ma assistenziale ed è finanziato dalla Comunità Internazionale, Filippo Grandi ne è il responsabile qui in Medio Oriente, ed anche lui nel suo discorso di ben venuto ci chiede di raccontare in Italia che, a Gerusalemme ed a Gaza in modo particolare, ancor più che un’emergenza politica si sta verificando una tragedia umanitaria ed umana insopportabile. Dopo i bombardamenti di qualche mese fa (fine dicembre 2008- gennaio 2009) tutte le nazione hanno dato la loro disponibilità per la ricostruzione, ma ad oggi nulla è stato fatto a causa di un embargo ingiusto ed illegale.

Dopo la visita al campo profughi, ci rechiamo a visitare lo YAD VASHEM Il museo dell’olocausto. Una visita preceduta da una cerimonia di commemorazione per le vittime dell’olocausto in cui l’Associazione Torinese TERRA DEL FUOCO presenta il progetto del Treno della Memoria, grazie al quale molti ragazzi delle scuole superiori di tutta Italia hanno l’occasione di viaggiare insieme in treno per visitare il campo di Awshwitz e ricostruire la memoria dei deportati, della loro storia e della storia dell’Europa. Nell’Olocausto, questo abisso dell’umanità che ha inghiottito ebrei, zingari, omosessuali, oltre a chiare ed individuabili responsabilità, ci sono state anche responsabilità meno evidenti nella società civile, molti hanno guardato altrove e sono rimasti nella così detta “Zona Grigia”. Michele Curto il giovane e preparatissimo presidente dell’Associazione Terra del Fuoco ci spiega che i ragazzi del Treno della Memoria testimoniano con questo viaggio la volontà di non essere MAI zona grigia. E aggiunge che il nostro messaggio deve essere che nessuno mai più dovrà essere discriminato e violentato, nessuno in nessun luogo, sia esso ebreo, zingaro, omosessuale, nero o palestinese. Un pensiero che molti di noi hanno avuto sentendo parlare i rappresentanti del museo che ci anticipavano ciò che avremmo visto.

Purtroppo il paragone o meglio, il parallelismo tra ciò che abbiamo visto nel museo dell’Olocausto e la situazione odierna dei palestinesi sorge spontaneo. Al di là di tutte le differenze storiche e politiche che possono esserci, molti palestinesi, di fatto oggi, e l’abbiamo visto con i nostri occhi, subiscono violenze che rendono impossibile uno sviluppo libero della persona, sia a livello fisico, che mentale…questo è quello che sentiamo, quando usciamo dallo Yad Vashem; un luogo che ci ha riportato indietro agli anni bui del terrore e del nazismo, che ci ha fatto conoscere le storie di tanti ebrei cancellati, distrutti: bambini, uomini e donne che hanno perso la loro condizione universale di “uomo”. E una volta fuori questo museo della memoria ci ha dato un bagaglio di conoscenze che non possiamo non impiegare nella lettura del presente, di ciò che accade oggi, qui, in questa terra che si dice “santa”…forse anche molti israeliani potrebbero usare in modo diverso questo bagaglio di storie di sofferenza, angoscia e terrore…forse potrebbero.



Ore 17,00: Auditorium Notre Dame: International Peace Day. Incontro con i parenti delle vittime israeliane e palestinesi.

Abbiamo la fortuna di assistere a questa giornata internazionale della riconciliazione e di conoscere persone straordinarie, che hanno subito perdite importanti ed hanno deciso di trasformare la loro rabbia ed il loro dolore in azione non violenta e di dialogo. Persone con una forza, con uno spirito che abbiamo riconosciuto anche in Afez il capo del villaggio palestinese di At Twani, che ha deciso di combattere con la non violenza i soprusi quotidiani dei coloni e dell’esercito israeliano. Una forza quasi inverosimile, incomprensibile, che però emerge vigorosa e decisa dai loro occhi e dalle loro parole.

Robi Damelin, Rappresentante del foro dei genitori (www.theparentscircle.org; office@theparentscircle.org ): prima di usare la violenza in qualsiasi circostanza guardate i vostri bambini e i loro occhi, abbiamo una responsabilità per il loro futuro, non hanno scelto dove nascere o dove pregare, le loro lacrime sono uguali in tutto il mondo. Non esiste la via della vendetta per la perdita di una persona amata. Mio figlio insegnava all’università ed improvvisamente è stato chiamato per la riserva e non sapeva cosa fare. E’ morto facendo ciò che doveva fare. Recentemente il suo assassino ha scritto una risposta ad una mia lettera, una risposta piena di odio e rancore. Ho avuto l’istinto di rispondere e di esprimere anch’io tutto il mio rancore e la mia rabbia, ma ho compreso che l’unica via sarà sempre quella del dialogo e della riconciliazione. Attualmente la vita degli israeliani e dei palestinesi è totalmente separata. Non ci conosciamo a vicenda, non conosciamo le nostre motivazioni. Dobbiamo abbattere questi muri e conoscerci, parlare, capire insieme come trovare la via giusta per la riconciliazione. Lo dobbiamo anche a noi stessi. Per questo abbiamo creato questa Associazione che organizza anche incontri nelle scuole, perché allo stato attuale delle cose i ragazzi israeliani non conoscono le storie e la vita dei loro coetanei palestinesi, e viceversa. Sentiamo che è questa la strada giusta.

All Abu Awwad è nato in un campo profughi. La madre è stata per 5 anni in prigione per ragioni politiche. Tutti vogliono la pace, ma non sanno cosa fare della loro rabbia, è questo che spinge i ragazzi a farsi esplodere, che spinge i soldati ad essere violenti ai posti di blocchi. Non vogliamo che voi siate pro Palestina o pro Israele, ma a favore di una soluzione. Non c’è sicurezza per Israele senza uno Stato Palestinese e non ci sarà indipendenza per la Palestina se non ci saranno 2 nazioni autonome. Sono stato in prigione per 4 anni e a capo di uno sciopero della fame di 17 giorni di 40000 arrestati. Qui ho visto la grande forza della non violenza, ciò in cui credo e l’essere umano che sono non possono essere attaccati dalla tua violenza. Io sono stato ferito da un colono dopo essere stato liberato e mi hanno mandato in Arabia per le cure mediche, lì ho ricevuto la notizia che mio fratello è stato fermato e ucciso dagli israeliani che gli hanno sparato alla testa solo perché era palestinese. Io so benissimo che mio fratello non era armato. Voglio che ogni singolo ebreo capisca che mio fratello era un uomo. Io però dico all’israeliano che ha ucciso mio fratello che non può controllare la mia reazione e la mia coscienza. Io come palestinese non sono libero, ma come uomo sì. Io non voglio esser la vittima di nessuno e non voglio essere parte di nessun crimine. Come possiamo riconciliarci con il nostro dolore se non siamo liberi di muoverci nella nostra terra, di operare, di incontrare.
Oggi la nostra situazione politica è molto difficile ed io ho paura per il futuro, credo che questo periodo di calma sia il preludio di una grande tempesta se le cose non evolveranno. Per questo abbiamo deciso di operare insieme perché la soluzione deve arrivare da entrambe le parti.
Vogliamo che siate nostri messaggeri, che facciate pressione sui governi. Io voglio che la legge mi includa quale persona libera e che protegga tutti i palestinesi, anche le famiglie di Gaza. Io lavoro sul terreno per creare un movimento non violento, ne ho abbastanza di conferenze sulla pace, è necessario lavorare sul terreno e spingere i governi non ha fare conferenze in cui parlano autorevoli rappresentanti ed esperti, ma ad agire. I conosco una verità: che ogni assassinio di un esser umano è e deve essere considerato un delitto. E noi dobbiamo denunciarlo, perseguirlo, fare pressione ed agire. Noi non ci tiriamo indietro dalla pace e vi chiediamo di aiutarci con il vostro cuore, la vostra mente e le vostre azioni. Quando penso alla mia storia, mi chiedo se devo davvero essere io a convincere i palestinesi della necessità della pace, perché credo che sia il mondo intero a dovere convincere me e i palestinesi della necessità della pace. I palestinesi hanno bisogno di giustizia non sappiamo cosa voglia dire vivere in pace, vivere in un paese libero, non sappiamo cosa sia una vita “normale”. Avere uno stato palestinese per noi significherebbe avere pace, giustizia, dignità, libertà. Avere un luogo in cui la gente può scendere in strada ed essere fiera della propria identità per poter costruire la pace. La parola pace è ormai abusata, bisogna finalmente costruire con serietà le condizioni e per farlo, si deve partire dalla Palestina. Una Palestina libera è la condizione necessaria per avere pace e sicurezza. Pace non è solo fede o speranza, ma anche responsabilità.

La sera abbiamo il piacere di assistere ad un concerto con la presenza della cantante Israeliana NOA, qui per testimoniare la sua vicinanza all’Associazione dei parenti delle vittime israeliane e palestinesi, che hanno istituito l’AWARDS della riconciliazione un premio che ogni anno è assegnato ad un palestinese e ad un israeliano che lottano e lavorano per creare pace e dialogo tra i due popoli.

Durante la serata si parla anche di un nostro connazionale Angelo Framartino, giovane ventenne cooperante morto nel 2006 qui a Gerusalemme, per mano di un palestinese, mentre passeggiava con due amiche palestinesi. Un eroe nazionale di cui pochi conosceranno il nome e la storia, che come molti altri ragazzi sono morti in paesi di guerra lavorando per la pace, ed ai quali non sono riservati onori di stato, né le prime pagine dei giornali.



15 OTTOBRE 2009 VI giorno: Il giorno di Gerusalemme. Viaggio tra i profughi palestinesi e in una delle più grandi colonie israeliane.

Ci portano con i pullman a Gerusalemme Ovest, una città moderna, pulita, con parchi, hotels e palazzi, una città diversa rispetto a Gerusalemme est ed anche rispetto alla città vecchia, decisamente arabeggiante. Qui incontriamo ROTTEM, uno splendido ragazzo israeliano, attivista e membro degli ICHAD (Comitato Israeliano contro la demolizione delle case) e del Centro di Informazione Alternativa. Un’associazione che conta tra i membri molti italiani, che lavora per diffondere un’informazione indipendente, alternativa appunto ed alla quale lavorano sia israeliani sia palestinesi.

Rottem ha 28 anni ed ha iniziato il suo impegno politico a 19 anni, quando dopo un anno e mezzo di servizio militare ha rifiutato di continuare de è stato incarcerato. Dopo la prigione ha viaggiato molto ed al suo rientro ha iniziato la sua attività per opporsi alla costruzione del muro in modo particolare e per favorire gli scambi tra israeliani e palestinesi.

Con Rottem visitiamo Gerusalemme e la vediamo da una prospettiva storica e politica. Ci porta alla linea di confine dal 48 al 67, ci porta nel quartiere di MORASHA, dal quale nel 48 sono stati sgombrati i Palestinesi e dove sono stati fatti arrivare dal medio oriente 1 milione di ebrei. La zona era, però già sotto il controllo degli ebrei europei, che vedevano gli ebrei medio orientali come una grande fonte di mano d’opera e li tennero nelle periferie, con servizi scarsi ed in situazione di povertà. Anche oggi la ricchezza è concentrata a Tel Aviv e le zone di confine e periferiche continuano ad essere molto povere. Proprio da questo quartiere è nato negli anni ’70 il movimento israeliano delle PANTERE NERE, per rivendicare migliori condizioni di vita per gli ebrei medio orientali e la fine delle discriminazioni nei loro confronti. Questo movimento ha creato una buona circolazione di idee e si sentiva anche molto vicino ai palestinesi, purtroppo però la guerra del ’70 ha fatto in modo che le minacce esterne ad Israele annientassero ogni dissidenza interna, aumentando lo stato di insicurezza e la necessità di essere uniti sotto il pericolo, così anche il movimento delle pantere nere si dissolse.

Andiamo a fare visita a MARIAM la giovane donna palestinese sfrattata dalla sua casa che ora vive con i suoi familiari in una tenda e che avevamo avuto modo di conoscere qualche giorno fa.

Mariam ci racconta che sono venuti a cacciarli dalla loro casa alle 5 di mattina, mentre tutti dormivano, i bambini (il più piccolo era appena nato) sono stati fatti uscire in pigiama dai soldati con il passamontagna ed armati, anche loro sono dovuti uscire in pigiama e non gli è stato più permesso di rientrare nemmeno per recuperare le poche cose necessarie ai bambini. Facile immaginare il trauma dei più piccoli. Da quel giorno, 3 mesi fa, sono accampati qui, di fronte alla casa occupata dagli israeliani. Gli occupanti vedono il nostro gruppo e chiamano la polizia che arriva immediatamente, con il figlio diciottenne di Mariam, che era stato prelevato 2 ore prima e di cui la madre non sapeva più nulla. Il ragazzo era stato accusato dagli israeliani di averli attaccati la notte scorsa, ma fortunatamente è stato facile dimostrare che di notte lui lavora su un’ambulanza. Ad una nostra domanda su come vede il suo futuro Mariam ci confessa che lei non vede per lei ed i suoi cari alcun futuro “tra pochi giorni faranno sgombrare altre 3 case e quando saranno sgombrate quelle ne faranno sgombrare delle altre e l’Autorità Palestinese non ha più i fondi per mantenerci in albergo. Noi rivogliamo le nostre case, gli israeliani non hanno alcun diritto di portarcele via”.

Lasciamo Mariam sempre più sgomenti.

Ci dirigiamo nell’insediamento di Mahli Adoumin, il più grande vicino a Gerusalemme, dove incontriamo Ghideon, un colono che ha accettato di trascorrere un po’ di tempo con noi.

Viene da New York e si è trasferito qui a 4 anni. E’ porta voce del comune per quanto riguarda i rapporti in inglese. Ci dice che questa “città” (leggi “colonia” ) è la più bella e la più grande di tutte quelle che si trovano nei “territori contesi” (leggi “territori occupati”). Ci mostra orgoglioso i giardini, le belle case con la bandiera israeliana, il comune, i parchi e le scuole. “vedete, quella e la parte di naturale espansione della nostra città. Lì prevediamo di costruire altre 5000 unità immobiliari, per garantir prosperità alla nostra città. Purtroppo ad oggi abbiamo tutti i permessi, ma non siamo ancora riusciti ad iniziare la costruzione per pressioni da parte dell’America e della Comunità Internazionale. Il pericolo è che questo ampliamento non si riesca a fare e che lì arrivino altri terroristi palestinesi che dalle loro case a tre piani sparino contro di noi” gli chiediamo se ci sono stati attentati nell’”insediamento” (per noi di questo si tratta) e lui ci dice “grazie a Dio no”.

ma la prudenza non è mai troppa (!??)

Proviamo a fargli capire quale è la nostra interpretazione della questione Israelo-palestinese, che è sicuramente diversa dalla sua: per noi le terre che lui chiama “contese” sono in realtà “occupate” e questa è una colonia. Lui ci dice che per lui le cose sono diverse, i territori definiti “contesi” li avrebbe meglio potuti chiamare “LIBERATI…dal terrorismo”; noi lo ringraziamo per essersi trattenuto!

Dopo questo incontro, un po’ inverosimile e molto impressionante, Rottem ci porta da una famiglia di beduini accampata nei pressi della città di Amat.

Questa tribù beduina, originaria del deserto del Negef, nel 48 si é spostata a Hebron e poi a Gerusalemme ( ci abitala quasi 50 anni). Il paesaggio è povero e decisamente desolante. I beduini vivono in baracche, molti fanno ancora pastorizia, altri lavorano nelle città come muratori o nelle aziende agricole, ma il lavoro è sempre meno.

Ci danno un esempio della loro grande ospitalità offrendoci un lauto pranzo e da bere, parlano con noi, ci raccontano, tutti ci salutano con affetto. Le donne non sono con noi, per tradizione devono stare separate, allora noi donne le andiamo a salutare e scopriamo giovani donne già madri di 3 o 4 figli, sorridenti ed ospitali, una di loro parla anche un po’ di inglese e così ci si capisce, ci si sorride e ci si ringrazia a vicenda.

Qui non hanno acqua, né elettricità e le scuole sono molto lontane. Vivono in una situazione precaria, perché spesso sono costretti a spostarsi su altre terre, questa non è la loro terra.

Una visita bellissima un momento di condivisione indimenticabile. Gente povera e umile che ci ha regalato dei momenti che porteremo sempre con noi.


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