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21.10.2009

71// Se ciascuno fa la sua parte

di Carlo Gentti

 

Le diverse iniziative che hanno riempito la settimana hanno restituito un quadro complesso della realtà, dove le ipotesi sugli scenari possibili sono quanto mai aperte e contraddittorie. In linea generale si può dire che la costruzione del muro e l’esasperante filtro dei check point (ce ne sono 580 in Cisgiordania, più una sessantina di posti di blocco volanti), ma soprattutto i postumi della guerra di Gaza, hanno fatto emergere due sentimenti opposti e palpabili quasi a livello fisico: sul versante israeliano un vago senso di sicurezza e di impunità, visto che il terrorismo è apparentemente sedato mentre le colonie continuano ad avanzare sotto la tutela di un diritto sempre più asservito ai disegni politici; sul fronte palestinese un misto di rassegnazione e disperazione.

Uno Stato due popoli
Non più “due Stati due popoli”,ma “uno Stato due popoli”: un obiettivo ricco di implicazioni che
ormai si è fatto largo tra i palestinesi, soprattutto intellettuali, amministratori locali e gente comune, e che sembra riflettere proprio questo sentimento, in apparente contraddizione con una realtà di separazione resa sempre più evidente dal muro. È come se fosse finita la speranza di costruire uno Stato palestinese con continuità territoriale, istituzioni proprie e un’amministrazione efficiente. Dai colloqui traspare spesso la sfiducia totale nella leadership palestinese, che non risparmia neppure Hamas.Tanto vale vivere in uno Stato solo, chiedendo il riconoscimento dei
diritti elementari, a cominciare dal voto, nella speranza di conquistare nel tempo una vita dignitosa secondo il modello del Sudafrica postapartheid.
Il punto è se Israele sia disposto a seguire questa via o non persegua piuttosto altri obiettivi, a iniziare dall’annessione dei territori occupati, dalla progressiva ghettizzazione, espulsione, e cancellazione (in quanto problema) di quanti più palestinesi possibile.

Un’ipotesi che mette i brividi
Del resto sono sufficienti pochi dati, di fonte Onu, per avvalorare questa ipotesi. I coloni israeliani che vivono al di là della linea verde (quella che segna il confine tra Israele e i territori occupati)
sono ormai 500 mila. L’80 per cento dell’acqua della Cisgiordania è destinata agli insediamenti, che possono permettersi di annaffiare le loro piante a volontà, mentre nelle città e nei villaggi palestinesi l’acqua è razionata. A Hebron il rubinetto centrale è dentro l’insediamento israeliano che occupa il centro di quell’antica città abitata in prevalenza da palestinesi. Ogni volta che c’è tensione, cioè quasi ogni giorno vista la conformazione del territorio, il rubinetto si
chiude. Continuano intanto le demolizioni di case palestinesi. Secondo la denuncia di Filippo Grandi, responsabile Unrwa (l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, alla quale l’Italia ha più che dimezzato il contributo in seguito ai tagli della voce cooperazione) del campo rifugiati di Shufat, alla periferia di Gerusalemme, le abitazioni palestinesi sotto minaccia di demolizione sono 18 mila e 18 mila sono anche le famiglie palestinesi in attesa di permesso per costruire la loro casa. La disparità di trattamento tra i coloni, che ottengonosubito il permesso per edificare, e i palestinesi, che aspettano anni quasi sempre inutilmente, magari dopo che la loro abitazione è stata
distrutta da bulldozer israeliani, è uno degli aspetti più intollerabili della politica israeliana nei territori, che utilizza e piega il diritto e la legislazione ai fini di espansionismo.Territori “contesi”, interesse archeologico, ragioni di sicurezza e quant’altro servono per giustificare la sottrazione di case ai palestinesi o la loro demolizione nelle aree destinate ai coloni in Cisgiordania e nelle zone sensibili di Gerusalemme. Con i nostri occhi, a Gerusalemme est, vediamo bivaccare per strada di fronte alla vecchia abitazione, ora occupata da una famiglia israeliana, una famiglia palestinese di 50 persone
che è stata di recente sfrattata e vive letteralmente per strada.“Di fatto – ci spiega il primo ministro palestinese Salam Fayyad – il governo israeliano rimette continuamente in discussione quel 22 per cento di Palestina storica che noi rivendichiamo per la costruzione dello Stato palestinese”.

L’incognita lavoro
L’ipotesi che abbiamo descritto come una minaccia è sostanziata soprattutto dalla realtà del lavoro. La disoccupazione in Cisgiordania, secondo i dati Onu, riguarda il 35-40 per cento della forza lavoro. Le persone che vivono sotto la soglia di povertà raggiungono il 50-60 per cento in Cisgiordania e oltre l’80 per cento a Gaza, dove il lavoro è stato letteralmente cancellato (120 mila i posti perduti). Le persone che quotidianamente e in modo regolare, con un tesserino blu, passano dalla Cisgiordania a Israele per lavorare sono circa 20 mila. Altri 50 mila circa lo fanno in modo irregolare.Tutti subiscono umiliazioni materiali e immateriali: dalla sveglia alle 4 del mattino di
mattino per affrontare in tempo i check point, alle difficoltà di trasporto, alle discriminazioni nel posto di lavoro. Con i nostri occhi li vediamo passare a gruppi sotto le tettoie del check point di Betlemme, la sera dopo il lavoro, frettolosi, stanchi, con gli occhi bassi, costretti a mostrare il tesserino a una soldatessa di non più di 20 anni e poi a infilare la mano in una macchinetta che verifica le impronte e le identità. Tra questi lavoratori, colmo del paradosso, ce ne sono 30 mila che lavorano nelle colonie. Sono addetti alle produzioni più pericolose, pagati sotto il minimo, privi di tutela ed esposti all’arbitrio di caporali palestinesi e israeliani che si spartiscono fino al 40 per cento della retribuzione. Su tutti, poi, grava la minaccia dei lavoratori immigrati, circa il 10 per cento della forza lavoro, che provengono dall’Est europeo, dall’Asia, dall’Etiopia e dal Sudan, questi ultimi attraversando illegalmente la frontiera tra Egitto e Striscia di Gaza.“Sono lavoratori destinati a sostituire gradualmente la manodopera palestinese, privi di tutela, soggetti all’arbitrio dei datori di lavoro e dei mediatori, e spesso tornano clandestini dopo il licenziamento. Così vengono ricacciati dalla polizia nei loro paesi di
provenienza e sostituiti con altri lavoratori”. Questa realtà, che qui viene definita “revolving door” (le porte degli alberghi che ruotando su se stesse fanno entrare o uscire i clienti), ci viene descritta da Assaf Adiv, coordinatore di Wac (Workers Advice Center), un nuovo sindacato
sorto in Israele a fianco di Histadrut per cercare di tutelare una realtà di lavoro che il sindacato ufficiale trascura per incapacità o mancanza di volontà.

Sindacati in difficoltà
Va detto che anche il sindacato palestinese ufficiale (Pgftu) chiude spesso gli occhi di fronte a situazioni difficilmente regolarizzabili. Il recente sciopero generale nei territori è stato il primo dopo diversi anni (gli scioperi avevano accompagnato con successo soprattutto la prima
Intifada) e segnala una ripresa di iniziativa sul versante politico e su quello sindacale. Ma il discorso sulla rappresentatività del sindacato e sui suoi rapporti con le vicende politiche ci porterebbe lontano. Basti qui ricordare che l’accordo con Histadrut per dividere al 50 per cento i
contributi dei lavoratori palestinesi, che avrebbe consentito una maggiore tutela a questiultimi, è di fatto inoperante, anche se è stato di recente sbloccato grazie alla pressione internazionale. L’intesa tra sindacato palestinese e israeliano è saltata anche per ragionipolitiche, dato che Histadrut non ha preso posizione sulla guerra di Gaza sostenendo che si tratta di una questione politica. Nulla impedirebbe però a Histadrut, ad esempio, di denunciare l’abbattimento o l’incendio doloso degli olivi palestinesi, che ogni anno si ripropongono in questa stagione per vanificare la raccolta di olive e la produzione di olio che sostentano molte famiglie.

Tempo di responsabilità
Eppure una battaglia comune sarebbe non solo necessaria ma anche possibile. La crisi e la liberalizzazione del mercato del lavoro riguardano i lavoratori israeliani e quelli palestinesi. Le tensioni continue, i ricatti, la minaccia dovuta alla presenza di lavoratori stranieri sottopagati danneggiano sia gli uni che gli altri. La fine del conflitto sarebbe davvero interesse di tutti. Come ha ricordato il coordinatore della Tavola della pace Flavio Lotti, sarebbe interesse in primo luogo dell’Europa, che spende ogni anno 2 miliardi di dollari per attività umanitarie, senza contare i contributi dei singoli Stati. Qualcuno ha parlato addirittura di “industria della pace”, per denunciare una situazione in cui alla fine tutti guadagnano dallo status quo: gli israeliani che si sentono legittimati a continuare l’occupazione, i palestinesi che hanno di che vivere grazie al sostegno internazionale. Qualcosa non torna. Ecco perché va spezzato il circolo vizioso e ciascuno deve assumere le proprie responsabilità, a cominciare dall’Europa. Come hanno proposto Sergio Bassoli, direttore di Progetto Sviluppo, e l’ex vice presidente del Parlamento europeo Luisa Morgantini, si potrebbero ad esempio sospendere gli accordi di Barcellona che, nel quadro della cooperazione euromediterranea,
prevedono agevolazioni fiscali per le merci israeliane (nessuno ha parlato di boicottaggio), costringere a disinvestire le multinazionali che operano nelle colonie, e soprattutto condizionare al rispetto dei diritti umani l’adesione di Israele all’Ue.

 

Pubblicato su Rassegna Sindacale

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