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17.10.2009

58// Emozioni e pregiudizi: il filtro dell’ascolto

di Paola Ferrara (Banca Etica)

 

Sederot/Gerusalemme. 3a parte
Emozioni e pregiudizi: il filtro dell’ascolto

Le giornate di questa marcia dei 400 si rincorrono, si incastrano una nell’altra, si legittimano reciprocamente. L’ascolto continua e rende tutto molto più chiaro e molto più complesso. Gli strati di odio, vendetta, dolore, disillusione si alternano con quelli della speranza, della fiducia, dell' amore, della tenacia.
A parlarci in queste giornate sono essere umani e ci tengono a sottolinearlo tutti, palestinesi e israeliani. Ci chiedono di non partire dal passato, di non pensare a soluzioni fondate su necessità di riscatto e di collaborare con la mente libera da pregiudizi e il cuore pronto alla comprensione.
Da una parte e dall’altra di questa terra, divisa da anni di recriminazioni, lotte e poteri lontani dalla gente e dal loro dolore, ci sono persone meravigliose, che si impegnano – anche pagando un caro prezzo personale – nella ricerca di una risoluzione definitiva e radicata del conflitto.
"Perché - come dice Ali, un palestinese cui hanno ucciso il fratello ad un check-point, questa guerra non la chiuderemo con un trattato. La gente deve far pace con se stessa e con quelli che considera i suoi nemici: e non stiamo parlando di un percorso, ma di una svolta. Non ci sono condizioni per la pace, la pace é la condizione".
La loro lotta non è fatta di confronti e pesi dei dolori, delle morti, delle violenze. Sono impegnati tutti – Other Voice, i Combatants for Peace, Machsom Watch, Icahd, Parents Circle e tanti altri - tutti a decostruire le ragioni di un conflitto che troppo spesso guarda indietro per trovare ragioni del suo proseguimento.
E di ragioni ne troverebbero anche loro, a iosa. Bassam è un ex-combattente palestinese. A 17 anni è finito nelle carceri israeliane e ne è uscito solo 7 anni dopo. Con in testa e nel cuore una decisione: abbandonare la lotta armata, rinunciare alla vendetta e cercare un’alternativa.
“Avevo imparato solo a colpire il nemico, ma ho scoperto che si tratta di esseri umani e ho deciso di convincerli che lo sono anch'io".  Bassam parla con frasi asciutte – come asciutti devono essere i suoi occhi dopo aver perso la figlia di 10 anni nel gennaio 2007 uccisa da un proiettile israeliano mentre usciva da scuola. Solo un anno prima Bassam era uscito di nuovo dal carcere dove era finito per essere stato nella zona est di Gerusalemme senza permesso. Si trovava – illegalmente secondo la polizia che lo ha arrestato – in casa della famiglia della moglie che a causa del muro é rimasta in zona israeliana. "Non abbiamo messo via la armi ma la brutalità. In tanti  anni di violenza abbiamo raccolto solo più vittime. Basta. Non vogliamo morire per niente. È difficile spiegare la mia scelta alla famiglia, agli amici. Ma non ci prendiamo in giro; non si va
in giro ad ammazzare gente in nome degli amici”
Bassam, Itamar e tanti altri ex-soldati o prigionieri di guerra vogliono essere il cambiamento. "Quando andiamo in giro a parlare con la gente non raccogliamo critiche o contrasti convincenti: siamo la prova che é possibile, non siamo uno slogan. L'odio é frutto di propaganda o di irrazionalità. Bisogna dimostrare che ci si può sedere insieme e parlare" dicono i combatants for peace.  Tabula rasa e ripartiamo dagli esseri umani, dai diritti di due popoli di esistere, di vivere in pace, di essere vicini e integrati.
Itamar è un ex-soldato israeliano. Ha scelto di deporre le armi e non risponde alla chiamata di un mese all’anno per partire con i riservisti dell’esercito. "La società ci ha armato dandoci un enorme potere. Ora lo vogliamo usare per ottenere una pace giusta". Giusta. Nel nome dei diritti umani.

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