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14.10.2009

43// Sederot/2 - Il sogno spezzato dei pionieri

di Paola Ferrara (Banca Etica)

 

Alon Schuster è presidente del consiglio regionale dello Sha’ar Hagenev (il cancello del Negev). E’ un uomo sulla sessantina, vive in un kibbutz, indossa i sandali ed ha un sorriso dolce. Ci accoglie nel campus di Sapir. Quello dove insegna Julia, membro di Other Voice. Si dichiara pacifista. Ci racconta la sua storia perché - dice e, dopo averla ascoltata, confermo - è significativa.
Il padre nasce in Germania e durante la II guerra mondiale scappa in Sudamerica dove incontra la madre proveniente dall’allora Urss. I genitori arrivano in Israele solo 2 anni dopo la creazione dello stato israeliano, al seguito del movimento socialista sionista. Alon nasce in un kibbutz, l'unico fondato un anno prima di Israele stesso. Si ritiene fortunato ad essere cresciuto con quella che é una minoranza anche se ha vissuto una doppia delusione: il fallimento del progetto del comunismo e della condivisione dei mezzi di produzione e l'impossibilità -ad oggi - di una convivenza pacifica con gli arabi. Erano il progetto dei suoi genitori e di altri pionieri giunti in Israele sulle ali dell'idealismo concreto e possibile. Sono diventati sogni spezzati di cui oggi Alon porta il peso e sente la responsabilità.
“Tutta la regione sogna una nuova opportunità. Ma gli ultimi anni sono stati un incubo (si riferisce ai missili qassam e all'assedio di Gaza, e a tutta le tensione che questi avvenimenti hanno causato alla regione, ndr). Noi non vogliamo occupare e controllare milioni di ebrei. Abbiamo molti amici oltre il muro, e anche a loro la pazzia dei leader non permette di costruire un futuro.
Noi non abbiamo dove andare e nemmeno i nostri vicini. Qui, nel campus c’erano migliaia di studenti arabi e israeliani: molti sono andati via con l’arrivo dei missili qassam, altri sono prigionieri in casa loro, a Gaza.  La targa che abbiamo deposto dove è caduto un missile recita “verranno altri giorni”. Io credo che dobbiamo prenderci cura della luce di questa candela fragile ma ancora accesa. Se mi chiedono quale secondo me è la soluzione non rispondo. Non sono il governo. Io mi occupo della mia gente, dò loro risorse pratiche e culturali per progredire, svilupparsi e irrigare la piantina della speranza.
Torniamo con Eric di Other Voice sulla collina più vicina a Gaza. C'é un pò di foschia sul mare e Gaza sembra fluttuare nel cielo. Eric ha uno sguardo triste mentre racconta dei suoi amici laggiú dei quali ha notizia via mail o sms di tanto in tanto. Ci dice che durante la guerra di gennaio scorso, su quella collina alloggiavano reporter da tutto il mondo, con tanto di poltrone e ristorazione intenti ad osservare i cieli per cogliere i lampi delle bombe israeliane. Uno spettacolo, dice. E lo dice con una strana ironia che nasconde di certo ferite che hanno nomi e cognomi a lui cari. Seguiamo Eric nel kibbutz dove vive, un kibbutz urbano come vengono chiamati quelli sorti nelle città. Vivono insieme, condividendo spazio e attività quotidiane, varie famiglie israeliane. Mentre camminiamo una signora lo saluta con grande cordialità. Mi chiedo se sia uno dei sostenitori di Other Voice e mi piace pensare di si. Sono pochi gli attivisti di questa associazione che ha naturalmente molti ostacoli interni alla sua crescita. Oggi, 14 ottobre, Eric Yellin riceve a Gerusalemme il Reconciliation Award 2009 - il premio del Parents Circle Families Forum, famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso qualcuno durante il conflitto e che promuovono la riconciliazione - come miglior israeliano dell'anno, per le sue attività di solidarietà e sostegno in favore della soluzione pacifica del conflitto. Con lui sarà premiato anche un palestinese, Amin Al Dibyi, con analoghe motivazioni.. Non esiste per fortuna solo la lista di Fortune's.

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