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13.10.2009

34// I vicini - Sederot, 2o giorno - 1a parte/continua

di Paola Ferrara (Banca Etica)

 

È arrivato il giorno dell’ascolto degli israeliani. Atteso e benvenuto, per capire le ragioni della parte che sembra aver smarrito la razionalità. Un ascolto difficile perché viziato da anni di emotività a senso unico. Opportuno per bilanciare quel che è bilanciabile. Poco, certo. Rimane infatti incontrovertibile la sproporzione delle forze in campo, la violazione unilaterale dei diritti, la continua pretesa di una ricompensa per un passato doloroso, che pesa sulle coscienze di noi europei e segna invece il destino dei palestinesi. E poi, in fondo, proprio l’esistenza di israeliani che creano associazioni per sostenere la resistenza dei palestinesi dimostra l’insensatezza di questa guerra. Dentro uno schieramento, quello più forte, si creano dissidenze, disobbedienze, resistenze che cercano e trovano sponde e alleanze nello schieramento opposto.
Eric vive a Sederot da ventanni. Emigrato dagli Usa, ha tre figli e lavora in una software house. Ma nel tempo libero fa sentire la sua voce insieme a quella di altri per testimoniare la possibilità di una convivenza. Other Voice, così si chiama la sua associazione nata due anni fa, è in contatto con i segregati di Gaza, con i vicini, come li chiamano loro.
E Gaza è proprio vicina: dalla collina di Sederot la vedi laggiù, adagiata sul Mediterraneo, sembra tranquilla. Assediata da piú di due anni, strozzata dall’embargo e diventata prigione per i suoi abitanti è l’emblema di questa guerra infinita che mille voci contrarie, ma ancora inascoltate, vorrebbero far finire.
Quelle di Other Voice sono estremamente significative perché partono dalla cittadina che dal 2001, e con intensità irregolare fino ancora ad oggi (l’ultimo è del maggio scorso), viene colpita dai missili qassam lanciati dalla Striscia di Gaza: Sederot, 20mila abitanti, fu fondata negli anni ’50 dalla diaspora del Maghreb e irachena, poi via via popolatasi di caucasici, ma anche rumeni ed etiopi. Ed etiopi erano i due bambini di 2 e 4 anni colpiti da un qassam mentre giocavano nel loro giardino nel settembre 2004.
Julia, psicologa, docente del campus di Sappir, vive come tutti da otto
anni con l’ansia dei missili. Dopo quel primo lancio che, cogliendo tutti di sorpresa - anche la sicurezza israeliana - cadde a Sederot nel 2001. I primi erano missili home made, poi via via sono diventati più sofisticati, hanno raggiunto distanze più lunghe, si sono moltiplicati. “Ogni
giorno vengo al campus e ho due strade da scegliere. Da quando hanno iniziato a lanciare i missili faccio la strada più lunga e con più semafori perché sono per soli 10 minuti nell'area raggiungibile dai qassam; l’altra quella breve e senza semafori mi tiene esposta per 15 minuti…” Scelte che a noi sembrano poco rilevanti ma che, compiute ogni giorno da otto anni e declinate in tutte le azioni quotidiane, sono il segno della paura di questa gente. Una paura che é compagna di vita e rende tutti vulnerabili. “Io sono psicologa e riconosco i traumi. La nostra gente è cambiata, ha ansie, difficoltà a stare con gli altri. Gli studenti fanno fatica a completare gli studi. Anche nel campus abbiamo avuto decine di missili e uno studente è morto”. Non sai quando arrivano, e dal momento in cui la squillante voce di donna lancia l’allarme rosso – sev adom - che fa saltare tutti, compresi i nervi, hai 20 secondi per nasconderti – in un rifugio se è vicino, oppure ti stendi a terra, ti copri la testa e preghi. Anche Julia é attivista di Other Voice e sta creando, nel campus di Sappir con altri docenti, un Centre for Peace. “Nei primi anni le case non erano protette; poi ognuno ha costruito una
safe room dove ci si rifugia fino al botto”dice Eric, anche se ammette che non tutti hanno potuto mettere in sicurezza le case. Per strada ci sono dei bussolotti gialli, sono fermate di autobus-rifugio
 per chi viene sorpreso dall’allarme in strada. “Dopo il botto, cerchi i
 tuoi figli, i familiari, gli amici, i danni. Una città traumatizzata”.
E in questa cittadina prigioniera dell'ansia Eric, Alon, Julia, Nomika e altri con Other voice testimoniano la comprensione per le ragioni dell'altro, dei vicini, con cui molti vorrebbero convivere in pace. Eric ricorda i suoi tanti amici, oggi imprigionati a Gaza, le cene sul mare con loro, il pesce del Mediterraneo che hanno mangiato insieme. I suoi tre figli sono cresciuti dai 3 anni sotto la minaccia dei qassam. “I bambini qui conoscono solo la guerra, e fanno giochi di guerra” ci dice mentre costeggiamo un parco giochi dove due grossi bruchi colorati sono in realtà dei rifugi… penso che ai miei bambini mi posso permettere di non comprare nemmeno la pistola giocattolo...

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