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13.10.2009

33// Incontri a Tel Aviv e a Nazareth con i comuni israeliani e arabo-israeliani

di Ufficio stampa della Provincia di Ancona

 

BETLEMME – Nulla più dell’indifferenza distrugge la speranza. Se dovessimo misurare le concrete possibilità di raggiungere una pace stabile e duratura in medio oriente con le parole ascoltate a Tel Aviv dai rappresentanti della Ulai, l’associazione dei sindaci dei comuni israeliani, presenti all’incontro con la nostra delegazione internazionale, diremmo che effettivamente ce ne sono ben poche.

Nonostante la formale cordialità e il bel manifesto di benvenuto realizzato per l’occasione, fin dal nostro ingresso nell’elegante palazzo che ospita al nono piano la sede dell’Associazione, spiccano le poche le presenze in sala dei sindaci e capiamo che la voglia di discutere delle questioni più delicate non è molta.

Si affrontano argomenti generici; solo il tema del diritto alla sicurezza delle comunità israeliane viene ripetuto come una sorta di mantra e premessa ad ogni discussione sul processo di pace. Evy Levy, sindaco appartenente al Likud e presidente dell’Ulai ci sembra tra i più impegnati nel favorire la crescita del confronto con i palestinesi. Afferma che sì, Israele ha fatto degli errori, ma le responsabilità che gli vengono imputate sono eccessive e che comunque anche dall’altra parte si sono commessi degli sbagli. Forse è così. Anzi, sicuramente è così. Del resto, un conflitto che si trascina da oltre sessant’anni non può essere frutto di colpe a senso unico. Ciò che però resta innegabile è lo stato di apartheid che abbiamo potuto vedere e toccare con mano in questi giorni, un’ingiustizia ostentata e molto costosa da mantenere (dai miliardi di dollari spesi per la costruzione del Muro agli oltre mille militari che proteggono i 400 coloni dell’insediamento a Hebron) che sottrae importanti risorse allo sviluppo dei servizi essenziali utili a creare le condizioni per far marciare in avanti il processo di pace.

Nel pomeriggio ci spostiamo a Nazareth per incontrare il comitato nazionale degli enti locali a maggioranza araba presenti nel territorio israeliano. Ramiz Jeraisi, sindaco di Nazareth e presidente del comitato, ci parla di un’organizzazione di circa sessantacinque comuni in rappresentanza di una minoranza pari a circa il 20% della popolazione. Molti i sindaci presenti all’incontro. Qui i problemi sono simili a quelli delle municipalità palestinesi, ma il fatto di essere sotto l’autorità israeliana contribuisce a complicare ancor di più la situazione. Ne consegue dunque che la principale rivendicazione sia il riconoscimento politico della comunità araba quale minoranza pronta a rimanere all’interno dei confini israeliano nel caso della realizzazione dello stato palestinese.

Negli ultimi tempi, peraltro, l’impossibilità di mantenere il livello ordinario dei servizi per il negato trasferimento di fondi statali ha causato un forte indebitamento di molti comuni che alla fine sono stati commissariati dal governo centrale.

Lasciando Nazareth al termine della giornata, si conferma l’impressione di una fase di stallo negativa che, lungi dal garantire stabilità, produce un progressivo deterioramento della già difficile convivenza tra palestinesi e israeliani.

A parole, l’idea di “due popoli due stati” sembra mettere tutti d’accordo. Ma le parole, si sa, se le porta il vento. Senza un cambiamento di rotta, che non può prescindere dal rispetto delle pronunce dell’Onu, della Corte Internazionale di Giustizia, della Commissione europea, il fuoco che cova sotto la cenere è destinato a riaccendersi.


Betlemme, 12 ottobre 2009

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