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13.10.2009

31// M.O.: Società civile a Gerusalemme striglia l'Europa

di Agenzia Italia

 

Gerusalemme, 13 ott. - Riaccendere la speranza di pace negli israeliani e nei palestinesi, persuadere la gente ad assumersi la responsabilità delle sue scelte e a tornare a riempire le piazze per chiedere la fine dell’occupazione e di un conflitto che in sessant’anni ha negato a generazioni una vita normale e cui la diplomazia ufficiale non ha saputo trovare finora soluzioni. E per l’Europa il tempo della responsabilità e della scelta. Bisogna allora tentare un’altra strada e deve imboccarla anche la società civile sia israeliana sia palestinese che oggi da Gerusalemme ha esortato appunto l’Europa a fare autocritica e a chiedersi che cosa non ha funzionato in questi anni “di dichiarazioni di principio, richiami al rispetto del diritto internazionale, di denunce di illegalita’ della politica israeliana degli insediamenti; di enormi aiuti economici e finanziari ai palestinesi affinche’, in buona sostanza, accettassero di continuare a subire il costo dell’occupazione”. A porre la questione in questi termini e’ stato Sari Nusseibeh, docente di Filosofia e rettore dell’Università ‘Al.Quds’, intervenuto alla conferenza ‘Il ruolo dell’Europa per la pace in Medio Oriente’. Un’impostazione condivisa nella sostanza da Janet Aviad, docente alla Scuola di Formazione dell’Universita’ ebraica di Gerusalemme. E’ stata la giornata più “politica” della ‘marcia dei Quattrocento’ italiani in Israele e nei territori palestinesi, promossa dal Coordinamento degli Enti locali per la Pace e i Diritti umani, dalla Tavola della Pace e dalla Piattaforma delle ong italiane per il Medio Oriente. “Non siamo qui per l'ennesimo appello, ma per capire che cosa si deve fare. Siamo qua come cittadini europei per spingere le istituzioni europee a una svolta e a esprimere una volontà politica inedita”, ha detto in apertura di lavori Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace, “Non siamo qui da ‘pacifisti’, ma da persone animate da un sano realismo. Non siamo ‘buonisti’, ma gente consapevole della tragedia umana e dei pericoli che si profilano all’orizzonte e noi europei abbiamo un interesse vitale a risolvere questo conflitto, e’ il nostro interesse nazionale”. E’ ha aggiunto: “L'Europa spende due miliardi di dollari in questa zona del mondo e noi europei finanziamo alla fine una sorta di stabilità, la garantiamo senza far nulla oltre a staccare assegni. Dobbiamo chiederci se è il modo giusto di spendere i nostri soldi”.

È toccato a Nils Eliasson, console generale di Svezia a Gerusalemme e, dunque, rappresentante della presidenza europea di turno, tentare di rassicurare la platea del Notre Dame Centre di Gerusalemme sulla determinazione dell’Europa a non derogare dal richiamo al rispetto del diritto internazionale. “La linea dell’Ue”, ha detto, “ha le sue basi giuridiche nelle risoluzioni dell'Onu e l’Unione europea intende continuare ad affermare il principio di ‘due popoli, due Stati’, a denunciare come illegali gli insediamenti nei territori palestinesi, che Israele chiama ‘crescita naturale’, e non riconoscerà mai alcun cambiamento della situazione precedente al 1967 a meno che non sia condivisa. Abbiamo condannato le demolizioni illegali a Gerusalemme e la cacciata delle famiglie e sosteniamo il nuovo appello del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, Lo status quo non è un'opzione”.

Ancora Nusseibeh: “Guardando alla realtà di oggi non sono convinto che stiamo andando verso la soluzione dei due Stati, perché questa opzione mi sembra improbabile: lascia irrisolta la questione del ritorno dei rifugiati, la questione di Gerusalemme Est e tante altre. Mi sembra che quando si parla di Stati si trascuri il fatto che uno dei due sarebbe monco e questo è inaccettabile e dunque non mi pare realistico”. La sua proposta: “I Paesi donatori devono almeno minacciare di non dar più soldi se non condizionati a passi concreti verso la pace. In fondo la soluzione dei due Stati non mi interessa piu’ di tanto. Possono preferire un solo Stato, non importa quale, che pero’ riconosca e garantisca i miei diritti”.

Janet Aviad, una decana del movimento israeliano per la pace con i palestinesi, ha parlato in termini di urgenza della necessita’ che l’opinione pubblica israeliana capisca che “se non si metterà fine all’occupazione e non si accetta la soluzione di due Stati, Israele rischia di non essere più legittimato come Stato agli occhi del mondo”. Quindi il richiamo a mobilitare la gente, perché “è come se in questi anni la speranza e’ stata spazzata via per lasciare il posto a una sorta di rassegnazione in attesa che questo lungo processo compia il suo corso”. Ma, ha aggiunto, “molti sanno che in Israele il termine processo equivale a dire ‘non fare niente’, lasciare le cose come stanno. E cosi’ israeliani e palestinesi si ritrovano a vivere come in due bolle”.

Risvegliare le coscienze sembra l’obiettivo di questa marcia che sta prefigurando una “diplomazia del popolo”, o “dei cittadini” per raccogliere il richiamo di Obama, ‘Time for Responsabilities’, che, ha detto ancora Lotti, “non ha ancora avuto un’adesione esplicita dall’Europa”.

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