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13.10.2009

26// Tenere accesa la speranza

di Nicoletta Dentico

 

Amal, speranza. Ma è difficile declinare la speranza a Hebron, città come le altre erosa dall’incedere degli insediamenti israeliani, e violata dalla loro maniacale contiguità fin nelle sue membra più intime, il centro storico che abita uno dei suk più antichi e fantasmagorici di tutto il Medio Oriente.


Amal, speranza. La città, piuttosto, vive ostaggio della follia. La follia di una frammentazione che si centellina palmo a palmo, porta a porta, al punto che lo stesso negozio all’ingresso del mercato cittadino detiene una vetrina nella zona Hebron 1 (H1), e l’altra nella zona Hebron 2 (H2). La prima sotto controllo palestinese, sotto governo israeliano la seconda. Se non fosse una perversità della storia, sembrerebbe un vezzo ludico infantile. Fai un passo, H1, fanne un altro, H2.


112 sono i blocchi stradali dentro la città, a restringere i movimenti dei suoi 250.000 abitanti (256 le barriere stradali nella provincia, in cui vivono 700.000 persone). Reti di protezione, muri e paratie di ogni fatta. Filo spinato ad ogni angolo. Sguardi armati che sbirciano dai tetti. Due mondi a parte, che si toccano solo per farsi male. Ovunque, telecamere puntate sulla vita quotidiana della gente che da sempre vive qui, la comunità araba la cui normalità viene poco a poco scemando. Nella città vecchia, secondo un’indagine condotta dall’organizzazione israeliana B’Tselem alla fine del 2006, 1.014 unità abitative palestinesi sono state abbandonate dai loro proprietari (il 41.9% delle abitazioni nell’area), e 1829 attività commerciali hanno chiuso i battenti. durante la seconda intifada (il 76,6%), 440 delle quali a seguito di ordini militari.


E così la antica Hebron, da quasi seimila anni brulicante di commerci ed attività culturali, Hebron la città santa dei patriarchi e fonte emotiva e spirituale del culto musulmano ed ebraico, è andata assumendo i connotati surreali della città fantasma. Un deserto urbanistico presidiato con possenza di tecnologia sotto gli occhi, fieri e rassegnati ad un tempo, dei suoi cittadini legittimi. I vecchi palestinesi che bevono indifferenti il tè fra le mercanzie, accogliendoci con sorrisi complici mentre attraversiamo i vicoli. I giovani come Abit Sider, che resiste con la famiglia nella sua casa abbarbicata a pochi metri dalle abitazioni dei coloni, e per questo subisce vessazioni senza esclusione di colpi. Ci mostra una cicatrice da proiettile sul petto. Il figlioletto di tre anni ha anche lui il suo trofeo di guerra, lo struscio di una pietra a pochi centimetri dall’occhio destro.


Tutto è cominciato nel 1968, quando 400 ebrei – molti dei quali avevano fatto la guerra in Vietnam – approdarono ad Hebron dalla comunità ebraica di Brooklin. Veterani, ricollocati dalla loro società di riferimento, cui nel tempo si sono aggiunti piccoli nuclei di ebrei russi. Integralisti incapaci di concepire gli arabi se non come usurpatori di una terra anticamente promessa. Gli arabi hanno altri 22 stati nei quali andare, dunque rendere la loro vita impossibile assume l’ossessiva rilevanza di una missione divina. Lo fanno tutti i giorni, attaccando i pedoni e riversando sui vicoli del mercato pietre e spazzatura, bottiglie di urina e persino – come ci racconta Khaled Oseily, sindaco di Hebron – sostanze chimiche che irritano la pelle. Un traboccare tale di schifezze che l’amministrazione della città ha dovuto provvedere con l’installazione di reti metalliche dalle fitte maglie sospese sopra le teste della gente, un raccapricciante velo sopra la storia di queste vie.


Le poche centinaia di coloni dentro la città vecchia sono protetti da migliaia di giovani soldati di leva che mantengono una rigida politica di separazione. La militarizzazione della città, in barba agli accordi di Oslo, è andata intensificandosi a partire dal 1994, quando un colono ebreo americano, Baruch Goldstein, fece irruzione all’interno della moschea di Abramo uccidendo 29 palestinesi in preghiera. Da allora l’accesso alla moschea è a discrezione dei soldati israeliani, che fanno il bello ed il cattivo tempo: il luogo sacro come un fortino.


Amal, speranza. Accanto al sacrario di Isacco, un giovane padre intrattiene discretamente la più piccola delle tre figlie, la moglie accanto a lui assorta in preghiera. Finalmente una dirompente scheggia di vita normale ritagliata all’impotenza della geopolitica, in questa scena che restituisce senso alla spiritualità del luogo, ed alla voglia di pace dei palestinesi. La vita normale è una frontiera della pace, a Hebron. Ed è anche la priorità che il sindaco, uomo d’affari prestato alla politica, si è dato per l’amministrazione della città. Strutture ricreative, centri sportivi e culturali per i giovani, perché possano vivere come i loro coetanei nei paesi liberi, in collegamento con il mondo tramite internet e facebook. I giovani rappresentano le future leadership del popolo palestinese, la speranza su cui poggiare i presupposti del cambiamento dopo 42 anni di occupazione.


Amal, speranza. Le ragazze escono dalla scuola araba a piccoli gruppi, ammiccanti, con il capo coperto. Ridono, le lezioni finite per oggi. Dai loro zaini di adolescenti penzolano ciondoli e portachiavi, gli stessi dello zaino di mia figlia.


La terra desolata dei coloni ebrei, e la violenza del loro fanatismo, non ha ancora spento del tutto la voglia di futuro dei palestinesi. Ma le parole non servono più. Occorre una nuova strategia della politica. Occorrono soprattutto fatti. Una nuova, concreta, coerenza. Prima che si spenga del tutto la speranza.







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