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12.10.2009

18// Studiare a Jenin

di Ilaria Pedrali

 

Il Muro a At Taibieh non si vede. Eppure c’è. E taglia in due il villaggio. Non si vede perché è una sottile forma di Muro, non è la classica fila di moduli alti 9 metri di cemento armato inframmezzati da torrette di guardia. No, a At Taibieh il Muro è formato da una rete metallica, con sopra il filo spinato, con le telecamere e la corrente elettrica. A costeggiarla, una strada su cui passa solo la jeep dell’esercito ogni 15 minuti.

Anche questo è il Muro.

E questo piccolo villaggio di 2500 abitanti distante pochi chilometri da Jenin è tagliato in due da questa insolita barriera, quella che Israele definisce il deterrente principale contro il terrorismo dei kamikaze. At-Taibieh è solo un esempio, in tutti i villaggi attorno a Jenin la situazione è più o meno la stessa.

Il Muro cinge Jenin e i suoi dintorni su tre lati: solo a sud la gabbia non viene chiusa. Fino ai primissimi anni 2000, quando ancora a Jenin si poteva circolare liberamente, la città era un punto di contatto tra Israele e la Cisgiordania, una città vivace insomma. Adesso, dopo essere stato uno dei baluardi della resistenza palestinese nella seconda intifada, con il massacro del campo profughi, in cui in quattro giorni morirono oltre 50 palestinesi e una ventina di soldati israeliani, a Jenin non c’è più niente. Nemmeno le guide turistiche riportano la località. Come se non esistesse. Prima della costruzione del muro la gente aveva un lavoro, per lo più in Israele data la vicinanza con Nazareth, adesso la disoccupazione arriva a toccare punte del 70%. E non ci si può muovere se non avendo un’autorizzazione da Israele, potenza occupante, e facendo dei giri lunghissimi alla ricerca di un check point aperto. L’istruzione è a pagamento, anche se le tasse, più simboliche che altro, bastano a coprire il solo stipendio degli insegnanti. Ma anche una tassa simbolica in una condizione di disoccupazione, o di occupazione con uno stipendio pari al 25% di quello pre-Muro, va a pesare sul bilancio famigliare, e l’abbandono scolastico è piuttosto frequente.

In tutto il governatorato di Jenin, che conta un totale di 250mila abitanti, 83 distretti, 2 università, una settantina di villaggi, ci sono 100 asili per l’infanzia, che accolgono i bambini dai tre ai sei anni.

A At-Taibieh ci sono 50 bambini dai tre ai cinque anni, tutti musulmani, che frequentano l’asilo, e una sola maestra. Opera qui ECRC, ong palestinese che si occupa di istruzione prescolare in West Bank. Dal 1998 collabora con Nexus, l’istituto per la cooperazione allo sviluppo promosso dalla CGIL Emilia Romagna. Prendendo a modello l’asilo CEIS di Rimini, sono stati effettuati dei training di formazione per i direttori, che hanno puntato l’attenzione sugli aspetti gestionali. In un secondo tempo si sono fatti anche dei training per insegnanti affinché avessero nei confronti dei bambini un approccio meno scolastico e più prescolare, che andasse a sviluppare la motricità e i prerequisiti dell’apprendimento nel bambino. Accanto a tutto questo Nexus e ECRC stanno affrontando una riabilitazione strutturale degli asili e delle campagne di sensibilizzazione in cui esperti locali, palestinesi, dialogano con i genitori sull’importanza della scuola per l’infanzia. La frequenza di bambini all’asilo è buona, anche se per la maggior parte si trovano bambini di 5 anni, che iniziano a socializzare e ad apprendere.

L’assunzione di responsabilità da parte dell’Europa, secondo Abla Mahroum, coordinatrice ECRC per il nord della Cisgiordania, passa attraverso l’aiuto alle popolazioni palestinesi e israeliane a far capire il rispetto del diritto degli altri. Ed è sui bambini che bisogna investire, il lavoro della scuola dell’infanzia si inserisce in questa prospettiva di lavoro per il futuro. Perché la speranza di pace è soprattutto per i bambini, che sono il giorno che verrà di questa terra.

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