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12.10.2009

13// La speranza sotto le prugne

di Emanuele Giordana

 

 

Betlemme - Le piccole cose sono la spia del mondo. Anche del dolore che, a prima vista, non si vede, nascosto com'è nelle pieghe più recondite dei sentimenti e dal desiderio di mascherare, per dignità, ogni passione. Così qui a Betlemme la mia prima riflessione non discende, come sarebbe ovvio, dalla vista del muro che vedo per la prima volta arrivando all'alba dall'aeroporto Ben Gurion. Passiamo lisci sotto la porta di metallo del check point e arriviamo all'albergo, spiati dalle torrette cilindriche che sovrastano il manufatto che, una volta finito, sarà lungo 800 chilometri, come andare da Napoli a Milano, scherza amaro un amico. Ma ora a letto, che è tardi.


A mezzodì del giorno dopo, usciti dall'albergo con camera con vista (sul muro) vien voglia di verdura. E' sabato e quasi tutto è chiuso ma un verduriere lo troviamo, una sorta di minimarket con ogni ben di dio: uva, banane, manghi, kiwi, pere, mele e delle rigogliose prugne rosse. La frutta è quasi tutta acerba, indice di un'attenta capacità di mercato che un po' stupisce. Ma quando guardi il nome sulle cassette di cartone che contengono la frutta...i caratteri son quelli dell'alfabeto ebraico. Non c'è nulla nel negozio, a prima vista, che non venga da oltre il muro, come se qui non si producesse nulla, i limoni fossero sterili e poco gustosi, i meloni non nascessero dal seme in queste lande, gli alberi fossero disseccati. Ma non è così.


Con tutte le difficoltà logistiche di queste terre dolorose, se un contadino ci mette tre o cinque ore per portare la sua roba al mercato, i meloni arrivan cotti, le pere fradice, i fichi troppo maturi. Diventa più facile, anzi obbligatorio, ricorrere al mercato più vicino, più attrezzato, più refrigerato. Si apre la porta blindata del muro e a Betlemme arriva la verdura che dai campi arabi non riesce ad arrivare. Non solo ma la devi pagare – al mediatore e poi quando la compri al negozio - con la moneta del tuo nemico, lo Sheqalim (pronuncia shekel) perché in un paese che non è uno stato non si batte moneta e dunque devi tenere in tasca il mezzo di scambio di un'altra economia. E' tutto cosi logico...


Penso a una vecchia signora laziale che manteneva i figli all'università con un campo di zucchine. La vecchia contadina, piegata in due dall'osteoporosi, mi raccontava che alle 4 del mattino era già nel suo campo a tagliare le piccole cucurbitacee e che alle 5 la sua verdura era già al mercato. Pagata in lire per trasformarsi nel diploma dei ragazzi. Ma bastava andare dalla periferia ai mercati generali. C'era il camion di suo cugino. Senza check point...


Mi resta una speranza a guardare quelle prugne rosse sugose che non poggiano su alcuna cassetta. O le avranno spostate? E' un dubbio che mi lascia un gusto amaro. Anche se la frutta è dolce



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